Il codicista

Il codicista

Mentre sta ascoltando la dura requisitoria di un inquisitore vestito da perfetto frate seicentesco e che ovviamente enuncia le infrazioni rilevate in lingua spagnola come un gesuita d’altri tempi, Willy Deville comprende che le avventure per lui non sono affatto terminate e la variopinta fauna ominide che affolla quell’ufficio non cesserà di mostrare il suo vero volto. Da quando ha affrontato il primo giorno di lavoro al Palazzaccio, divenuto sede del nevralgico e ambitissimo Ministero del Benessere, ne sta passando di tutti i colori, causa anche la sua inesperienza, anche se si mostra dedito e puntuale alle mansioni assegnate. Intoppi procedurali, pratiche che si perdono negli infiniti corridoi della gerarchia amministrativa, corruzione, degrado, con tanto di prostituzione ed altre pratiche illecite tutte però coordinate dall’alto, tanto da dare l’idea che l’intero apparato sia mestamente e silenziosamente un burattino gigantesco i cui fili sono mossi da chi governa ma non si fa vedere. Tra una scalinata, un open space ripartito in cubicoli, festini, intrallazzi, falle burocratiche ed ordini perentori, chissà se il protagonista verrà finalmente assegnato definitivamente ad un ufficio e riuscirà a capire come esattamente funziona e di cosa realmente si occupa quel centro di potere in cui si è trovato a lavorare…

Ricordate il pastiche? Un genere le cui origini sono a detta degli studiosi molto datate, ma che cominciò ad essere codificato come genere artistico ‒ specie letterario e musicale ‒ con una sua precisa identità a cavallo tra Ottocento e Novecento. Sua caratteristica fondante il combinare le più disparate cifre stilistiche e strutturali, un riuso a volte al limite del caos primigenio delle più disparate modalità espressive, senza soluzione di continuità. Questo romanzo ne é un concreto esempio, ovviamente in chiave postmoderna. Una commistione ardita ed originale, certo non sempre forse totalmente riuscita, dai bestiari medievali a Kafka fino ad echi surreal-dadaistici, con un pizzico di autori come Pynchon oppure Burgess et similia, fino all’onirismo quasi morboso del Murakami più ardito. Un’esplosione continua, nella quale purtuttavia la linearità narrativa riesce a non perdersi in un dedalo di situazioni grottesche, paradossali, irreali. Se Kafka aveva fatto icona del potere assoluto e incomprensibile un inaccessibile castello, Di Virgilio invece si addentra nella stanza dei bottoni, ma il tutto diventa un allucinante e abbacinante viaggio all’inferno, gironi danteschi compresi. L’abbrutimento portato dal protocollo, dalle procedure ma soprattutto dall’esercizio del comando, esplode in tutta la sua incredibile malvagità e violenza, dando vita ad un pazzo circo dove nulla è come dovrebbe essere.



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