Il collezionista di bambole

Il collezionista di bambole

Robbie ricorda che la sua cuginetta Amy, più piccola di undici mesi, era apprezzata da tutti per le sue “abilità linguistiche” e che per questo gli adulti parlavano volentieri con lei. Come una adulta, Amy si prendeva cura della sua bambola paffuta, Baby Emily, e se talvolta lasciava che lui la prendesse gli raccomandava con solennità “Puoi tenerla in braccio. Ma non farla cadere”. Quando la bambina era morta all’improvviso, Robbie non aveva pianto, non aveva fatto domande, aveva scoperto che così “almeno ti lasciano in pace”. Poi lui aveva rubato Baby Emily dalla stanza di Amy e nessuno gli aveva detto niente; con lei lui riusciva a piangere perché la cuginetta gli mancava. Quando aveva cinque anni, tornato dall’asilo, Robbie non aveva più trovato la bambola; sua madre disse soltanto che “le bambole sono per le femmine”. Poi, un giorno quando era in terza media, Robbie sentì il suo Amico che a bassa voce gli diceva “Prendila. Ma non farla cadere”, mentre guardavano Mariska dalla pelle di porcellana color burro… Quando Hanna torna a Sparta a casa dei genitori con i suoi bambini in macchina, passa sempre davanti alla casa dei McClelland, che “è ancora lì, al 46 di Drumlin Avenue, come se fosse una casa normale, dove non è morto nessuno”. E capita che qualcosa la colpisca, “brevemente ma con una forza spaventosa”. È il ricordo di quello che era accaduto allora, quando aveva quattordici anni e la signora McClelland, la sua insegnante, le aveva chiesto di andare ad aprire la sua casa per un’oretta ogni tanto, mettere l’acqua alle piante, accendere le luci, ritirare il giornale e la posta, dare da mangiare a Sasha, la gatta, mentre lei era a Syracuse ad assistere suo marito che doveva subire un intervento; in cambio le aveva offerto una cifra che le era sembrata spropositata. Ma non era tanto per i soldi. Tutti a scuola adoravano la signora McClelland, le ragazze la ammiravano e studiavano i suoi vestiti e la piega dei suoi capelli. Hanna era una delle sue alunne preferite e lei e sua madre erano state orgogliose che avesse scelto proprio lei per “darle una mano”. Una sola raccomandazione: non far entrare assolutamente nessuno in casa. Le prime due volte era andato tutto bene; la terza, l’ultima, erano le 18. 20 quando da fuori Hanna aveva sentito una voce “cantilenante e un filo beffarda” chiamarla: “Hanna, Han-na!”… Violet non va proprio d’accordo con sua madre, anzi, in sua presenza, ha sempre la faccia imbronciata. Lei ha sempre qualcosa da rimproverarle, non le piacciono nemmeno le sue nuove amiche. Quando invece è stata una vera fortuna trovarne nella nuova scuola media dove si è trasferita da poco, in “quello schifo di South Valley!”, per via del lavoro della mamma. Certo la preoccupazione di sua madre è motivata, da qualche tempo in città spariscono animali domestici e bambini piccoli – due bambine e un bambino solo nelle ultime sei settimane. La città è tappezzata di annunci tristissimi, ma nessuno è stato ritrovato, né è arrivata nessuna richiesta di riscatto, né esiste alcuna pista. Da quando Rita Mae Clovis è diventata sua amica, però, Violet è più serena. Anche il padre di Rita Mae è molto amichevole e spesso le dà un passaggio a scuola. Quando va a casa loro la ragazzina è contenta, ha conosciuto anche i suoi fratelli e si trova bene con tutti. Sua madre torna spesso tardi dal lavoro (e poi non approverebbe il fatto che passi tanto tempo a casa dei Clovis) e Violet invidia l’atmosfera a casa dell’amica, anche se manca pure lì una madre. Anche Violet piace molto ai Clovis, al punto che un giorno decidono di svelarle il loro segreto, un gelido, strisciante e enorme segreto che non conosce nessuno, nascosto in una stanza della loro casa…

Sei racconti neri, nerissimi, della contemporanea maestra assoluta del genere Joyce Carol Oates in una nuova raccolta che pare un piccolo cabaret di raffinatissimi cioccolatini al veleno. Sei storie che hanno la normalità della quotidianità – quella che, nella sua accezione più agghiacciante, da sempre interessa la scrittrice. Sei trame semplici che prendono per mano il lettore e lo conducono, in alcuni casi, ad un orrore freddo che magari qualche pagina prima si è intuito ma che subito ha fatto dire “no dai, non è possibile”; spesso pare anzi di risentire echi delle favole – quelle vere e originali, non edulcorate, quelle che servivano ad insegnare ai bambini che il Male esiste -, echi di miti antichi e ancestrali. Portato al paradosso dalla finzione narrativa, il tema privilegiato sembra essere il limite sottile e impreciso oltre il quale la normalità fa paura, quando il buono d’uno tratto diventa cattivo, l’eroe un assassino, una preda predatore, la vittima carnefice. La Oates è da sempre interessata a usare la sua lente con la società americana per guardare al di là della sua facciata perbenista, oltre le apparenze di doppia morale e finta perfezione, ma mai come in questi racconti finisce per travalicare questa geografia; dev’essere questo che ce li rende così perversamente affascinanti, il fatto che quel lato oscuro di cui parlano – dimensionato dall’iperbole della narrazione – ci appartiene, come appartiene alla quotidianità che ci circonda. Ad esempio, una caratteristica che sembra accomunare i protagonisti è la solitudine, e chi di noi non si è mai sentito disperatamente solo almeno una volta? Oppure, in diversi racconti c’è una Madre – scritto proprio così, in maiuscolo, a volte ripetuto ossessivamente anche all’interno di una sola frase (di certo è una delle parole che si ripetono di più in tutta l’antologia, e non dev’essere un caso) - a sottolineare uno dei rapporti più emblematicamente fondamentali e spesso dolorosi: e non così per molti di noi? E ancora, ben dopo la lettura – che si vorrebbe non finisse mai – ci seguono le parole del ragazzino lucidamente folle del macabro racconto eponimo che dice : “Per tutta la vita non desideri altro che tornare indietro a ciò che è stato. Non desideri altro che tornare dalle persone che hai perso. E per tornare finisci per fare cose terribili, cose che gli altri non potranno mai capire”; gli slogan sgrammaticati del razzismo al centro del racconto Soldato ci ricordano quotidianità alle quali ci siamo assuefatti; ci raggiungono le ombre lunghe del facile accesso alle armi protagoniste del terzo racconto e ci aprono inquietanti scenari reali; continuano a spaventarci le deliziose atmosfere hitchcockiane che si respirano in Equatoriale ‒ che riportano alla memoria film d’epoca come Angoscia di George Cukor del 1944 con una meravigliosa Ingrid Bergman – e ad inquietarci i pensieri della moglie che prima sembrano soltanto fisse paranoiche per trasformarsi poi sotto i nostri occhi in cruda realtà. Fino ai due racconti finali dai quali è difficile staccarsi. Il perturbante (decisamente l’aggettivo che più si attaglia alla scrittura della Oates) Grande Madre, nel quale il terrore viscido e gelido stringe il lettore tra le sue spire piano piano fino a lasciarlo senza fiato per l’orrore; e l’impeccabile Mistery, Inc., pezzo di bravura costruito con elementi classici del genere che di più non si può, come liquori, pasticcini e cioccolatini avvelenati che – siamo ancora dalle parti di quel cinema d’antan – sembrano arrivare dal set di Arsenico e vecchi merletti (Frank Capra, 1944) se non fosse per la natura luciferina del protagonista, che pure deve sottostare alla legge: “Nella vita ci sono predatori e prede. Un predatore può aver bisogno di un’esca e una preda può scambiare un’esca per cibo”. Quest’ultimo, per altro, un racconto sui libri che non può non affascinare il lettore e deliziarlo come un regalo finale inaspettato: “Alcuni di noi sono librai, qualcuno divora i libri e altri ne sono divorati. Ma ciascuno di noi ha un posto in questo nobile mestiere”. Non c’è nulla di sovrannaturale in questi racconti ed è proprio questo a sconvolgere di più; così come non vi è alcuna conclusione esplicita ma il sottinteso è ancora più spiazzante e terrificante. La Oates è maestra nel creare tensione in questo modo, la sua fantasia, definita “fervida e allucinata”, sembra inesauribile, come la bravura nel bilanciare sapientemente la suspense ineccepibile. Non è un caso che riesca a rielaborare e “disturbare” con un cliché abbastanza abusato quale quello della bambola, oggetto capace di assumere significati diversi come simbolo dell’innocenza dell’infanzia e, proprio in virtù di questo, potenzialmente strumento del Male. Un essere inquietante formato da pezzi di bambole rotte campeggia anche nella coerente copertina, presagio di quello che aspetta il lettore. Tra H.P. Lovecraft e Edgar Allan Poe, è stato detto di questa antologia. Metteteci una sfumatura à la Hitchcock e avrete un’idea di quello che leggerete. Imperdibile, come sempre con Joyce Carol Oates.



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