Il Colombo divergente

Il Colombo divergente

Genova, 1459. È in corso una battaglia per il potere tra i Fregoso e i Fieschi. Cristoforo Colombo ha otto anni. Resta nascosto ad osservare lo scontro fino a quando un cavaliere, cercando rifugio, quasi gli crolla addosso. Sta morendo. È Pietro Fregoso, un tempo Doge di Genova e protettore di suo padre. Una visione orrenda per un bambino, ma per fortuna Cristoforo è affascinato da altro. Guarda il mare e si perde nei suoi sogni. Sente discutere di carte nautiche una volta raggiunto il porto, parla con un marinaio ed un altro sconosciuto. Come si legge una carta nautica? Quanti segreti e codici nasconde? Lo sconosciuto regala a Cristoforo una mappa che ha compiuto parecchi viaggi ormai. Tornando a casa, Cristoforo già lo sa, da adulto diventerà un cartografo... Lontano. Dall’altra parte del mondo, quella ancora sconosciuta. Quando nasce il bambino ha un nome provvisorio, Piccolo Fiore, ma suo padre ha consultato il Libro del Destino, il Tonalamatl, per conoscere il suo futuro. Ne avvolge il cordone ombelicale intorno ad una lancia. Egli diverrà un guerriero, un grande condottiero ed il suo nome sarà Ahuìtzotl, uno dei Signori degli Atzechi…

Un testo particolare, non c’è che dire, sia per l’idea di partenza che per la formula narrativa adottata. Sin dal titolo azzeccatissimo per sottintendere una deviazione storica di enorme portata in quel 1492 in cui Colombo compì il suo viaggio verso le Indie. Romanzo ucronico, dunque, in cui Colombo approda altrove e stabilisce il suo primo contatto con il popolo Atzeco. Riguardo alla formula narrativa, Menzinger si rivolge per tutto il testo allo stesso Colombo: una narrazione, quindi, rivolta alla muta seconda persona del protagonista, una scelta non comune su cui, però, grava una prosa non facile, curatissima (va detto) e piena di riflessioni “a tu per tu” che non stregano la lettura ma, alle volte, la rallentano pericolosamente, almeno sino a quando la trama non richiede attenzione più ai fatti che ai pensieri. Un pregio ed un difetto. Il primo. All’arrivo di Colombo nelle Americhe vi è una breve sequenza in cui le tre caravelle si imbattono in strane isole dagli altrettanto strani abitanti, un piacevolissimo inserto che richiama alla memoria sia I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift che il più filosofico La città del sole di Tommaso Campanella. Il secondo. L’improponibile e microscopico font con cui il libro è stampato.



 

 

 

 
 
 
 

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