Il colore dallo spazio

1920 circa, Massachusetts. Inviato in una remota vallata tra le montagne ad ovest di Arkham per eseguire dei rilievi in previsione della costruzione di un bacino idrico artificiale, un ingegnere sente subito parlare di misteriosi fenomeni avvenuti qualche decennio prima in periodo definito dalla gente del luogo gli “strani giorni”. È in effetti una regione squallida, in cui pochi abitano volentieri e l’aria sembra gravata di una strana angoscia: c’è addirittura una zona – per fortuna destinata a finire sotto l’acqua del bacino idrico per sempre – che tutti gli abitanti evitano accuratamente e hanno ribattezzato Landa Maledetta: sembra il risultato di un incendio, “cinque acri di grigia desolazione che si allargava sotto il cielo come una grande macchia di vegetazione erosa da un acido”. Proprio qui viveva l’anziano Ammi Pierce, che degli “strani giorni” è stato testimone diretto e che il protagonista decide di incontrare per saperne di più. Era circa il 1880 quando il cielo fu tagliato da una striscia di fumo bianco, poi ci fu una successione di esplosioni in aria e una grande roccia cadde accanto al pozzo della casa di Nahum Gardner, una casa bianca e linda circondata di fertili giardini e frutteti, al centro di quella che ora è la Landa Maledetta. Il giorno dopo arrivarono sul posto alcuni professori della Miskatonic University e cominciarono ad analizzare lo strano meteorite, che emetteva calore, brillava di una luce fioca ed era insolitamente friabile…

Pubblicato nel numero di settembre 1927 della rivista “Amazing Stories” (e pagato una miseria da Hugo Gernsback), Il colore dallo spazio è forse l’unico esempio di narrativa fantascientifica (nella sua accezione classica e pre-astronautica, s’intende) della produzione di Howard P. Lovecraft, che peraltro curiosamente lo considerava il miglior racconto che avesse mai scritto. In realtà a ben vedere le assonanze con il “canone” lovecraftiano e con i miti di Cthulhu ci sono eccome – l’assoluta alterità della minaccia (qui persino posizionata su una scala cromatica inconcepibile per l’occhio umano), l’atmosfera cupa, l’orrore paradigmaticamente “indicibile”, la mutazione, la corruzione – ma inserite in un contesto sensibilmente diverso da quello delle altre opere dello scrittore di Providence. Il plot fa quasi pensare – con le dovute differenze, soprattutto temporali dato che il racconto è ambientato nell’Ottocento – ai film anni ’50 sulle invasioni aliene nella sonnolenta provincia americana, con innesti à la Arthur Machen e forse anche una spolveratina di H.G. Wells. Un cocktail davvero micidiale (in senso positivo) per questa storia dal fascino morboso che pare fu ispirata a Lovecraft dalla lettura di una serie di articoli sula costruzione del bacino idrico di Quabbin, sempre in Massachusetts, e dalle fortissime polemiche seguite alla morte di alcune giovani operaie (battezzate dalla stampa “radium girls”) esposte alle radiazioni all’inizio degli anni ’20 in una fabbrica di orologi luminescenti. Altra tematica de Il colore dallo spazio assolutamente inedita in Lovecraft è l’ecologismo: siamo da sempre abituati al fatto che la costruzione di una diga o di un bacino idrico con il conseguente allagamento di zone precedentemente abitate sia accompagnata dalle più vive proteste, mentre in questo caso gli abitanti del luogo non vedono l’ora che milioni di metri cubi d’acqua coprano per sempre gli orrori della Landa Maledetta. Idea per un sequel: e se i veleni cromatici giunti dalle profondità dello spazio si diffondessero negli acquedotti e si inerpicassero lungo le tubature per giungere fino ai rubinetti delle case? Il colore dallo stagno.



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