Il colore dei papaveri

Il colore dei papaveri
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Che cosa succede se un bel giorno di primavera, di quelli freschi e profumati, nel paesino romagnolo di Castelfreddo si presenta un giornalista inglese della Lonely Planet? Facile che si metta in contatto con il Comune per ricevere informazioni sul luogo, e che quindi il sindaco – sempre lo stesso sindaco in carica da una vita, eletto e rieletto nel corso degli anni – contatti l’unica tra i dipendenti capace di parlare in inglese, affinché lo porti un po’ in giro e illustri le bellezze del posto al giornalista. Elisa Fabbri, la bibliotecaria ventisettenne incaricata di fare da guida, non ne avrebbe affatto voglia ma è sensibile e orgogliosa, soprattutto una brava ragazza, quindi non può sottrarsi. “In effetti la giornata regalava grandi emozioni. C’era un’arietta fresca che faceva venire dei brividini di gioia. Fiori ovunque, viti che allungavano i rami sottili sui filari, capelli spettinati. Si stava benissimo all’aperto. Tom, così si chiamava l’inglese, non la smetteva un secondo di guardarsi intorno. Rideva, annuiva davanti alle mie striminzite spiegazioni, toccava i muri, annusava l’erba. Questo è davvero scemo, ho pensato”. Trascinata dal facile entusiasmo del turista, dopo la visita a quello che tutti in paese chiamano “castello” ma altro non è che un palazzo nobiliare di cui gli ha raccontato la storia, Elisa accetta di accompagnarlo a bere qualcosa nel “rustico” bar Centrale e così, tra un bicchiere di Trebbiano e l’altro – mentre Tom parla velocissimo e l’alcol fa quel che sa fare – ci vuole un attimo perché la ragazza prima confermi l’esistenza di un misterioso “ghost” nel “castello” e in secondo luogo perché tra i due ci scappi un bacio poco prima che il giornalista monti sul treno di ritorno. E se da una parte il risultato è che nell’ultima guida all’Italia della Lonely Planet sia citato il minuscolo paese di Castelfreddo col rinomato bar Centrale e il castello con fantasma annesso, dall’altra la popolarità di Elisa aumenta in modo esponenziale, anche perché il sindaco ci ha preso gusto e le affida un nuovo incarico, stavolta molto più importante…

Questo esordio di Manuela Mellini, romagnola doc come la protagonista del suo romanzo, è una lettura piacevolissima. Non solo per lo stile vivace e nello stesso tempo puntuale con cui sono narrate le vicende di Elisa e il suo evolversi verso una piena consapevolezza di se stessa nel corso della storia, per la benevola ironia con cui si presentano personaggi, abitudini e credenze di un paesino di provincia, ma proprio e soprattutto per la capacità dell’autrice di restituire un contesto verace, autentico e senza forzature, come invece purtroppo spesso capita a romanzieri che pur non volendo fare utopie, ambientano i propri scritti in luoghi (esotici o popolari, famosi o particolari) quasi inesistenti, trascurati nella narrazione, per cui ciò che accade potrebbe essere preso e trapiantato in qualsiasi altro posto. Il risultato, in questi casi, è una storia debole, inverosimile, che in definitiva si legge e si dimentica in fretta. Al contrario di quanto avviene con Elisa di Castelfreddo, con il “castello” e il cinemino gestito da Fede “la Vecchia”, Malù, Teresa e anche il sindaco con la moglie cerimoniosa e petulante.



 

 

 
 
 
 

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