Il contagio

Il contagio
Nel condominio di via Vermeer, che di sontuoso ha solo il nome del pittore fiammingo, si sta svolgendo una festa. Ad offrirla è Gianfranco. Gli invitati appartengono quasi tutti al mondo delle borgate romane. Gianfranco ha appena ristrutturato il suo alloggio delle Case popolari, ha liquidato con un po’ di soldi i vecchi intestatari, buttato giù qualche muro, e adesso si ritrova un appartamento di quasi duecento metri quadri a settanta euro al mese. Sua moglie Fiorella aspetta il primo figlio. Ovvio che sia contento. Ovvio che offra a tutti cocaina, anche perché Gianfranco fa lo spacciatore. Fra gli ospiti c’è anche il professore, che arriva da un altro mondo, da un’altra Roma, ma il professore frequenta la borgata perché è l’amante di Marcello, un culturista bello e cocainomane, sposato con Chiara. Chiara studia di notte per prendere il diploma e mal sopporta questo marito stupido e mercenario, al quale però in fondo è affezionata. A vegliare su Chiara e Marcello e sul loro cane Jago, è Attilio, un altro degli inquilini di via Vermeer, un ometto basso, magro e storto che vive con la vecchia madre. Attilio ama la bellezza di questa giovane coppia e loro, qualche volta, gli permettono di guardare mentre fanno l’amore. Del palazzo fanno anche parte Cicci, una paraplegica che col tempo si è conquistata la stima e il rispetto di tutti; Eugenio, che vive una storia tormentata con la brasiliana Fernanda; Bruno, Flaminia ed altri personaggi dei quali seguiamo via via le vicende, come fossero comparse che si raccontano davanti a una macchina da presa, senza che il romanzo sviluppi una trama precisa...
Dopo avere scritto un capolavoro assoluto come Scuola di nudo e l’altrettanto interessante Altri Paradisi, Walter Siti, docente universitario e curatore dell’opera di Pier Paolo Pasolini nei Meridiani, torna con un nuovo romanzo, Il contagio. Fra le pagine di questo Spoon River di vivi che non hanno nessuna verità ultima da rivelare, si consuma una quantità enorme di cocaina, ci si osserva riflessi sulle vetrine dei centri commerciali o sugli schermi televisivi che rimandano le immagini di reality-show con gente identica a chi guarda, in un delirante gioco di specchi che inevitabilmente dovrebbe portare ad un cortocircuito, e invece non succede niente, perché nessuno fa niente, se non continuare ad alimentare la deriva. Su di loro lo sguardo di Siti, che a volte descrive e altre volte si ritaglia degli a parte illuminanti nel piano-sequenza che dirige. “Si può essergli nemici, a questi uomini sperduti, ma non si può nemmeno assecondarli nella loro deriva; pensano di essere furbi a sfruttare gli altri (“spolparli”, come dicono loro), cercano lavoro e pregano di non trovarlo, misurano la loro bravura sul numero di soggetti su cui esercitano il potere, salvo accorgersi troppo tardi che il potere era molto più in alto e gli è crollato addosso. Come certe ragazzine, cresciute a pane e baci, che d’improvviso deviano e aprono le gambe al primo che passa.” E poi la lingua, splendida. Ci voleva un secondo a cadere nel macchiettismo, a ottenere l’effetto Commissario Monnezza, invece Siti è stato capace di ridarci non solo la verità del dialetto romanesco, ma anche le pause, i gesti, i toni acuti o rochi di certe voci. Qui la lingua non è semplicemente specchio della realtà, ma un elemento narrativo forte che connota non soltanto l’espressività di un personaggio ma la sua idea del mondo, la sua essenza più intima. Il contagio è un libro che lavora con il caos del nostro tempo e capta alcune verità fondamentali: “non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta (se si così si può dire) imborgatando (…) nel continuum indifferenziato di chi il mondo non sa più vederlo intero, è l’ideologia di quelli che una volta si chiamavano gli esclusi (i lumpen, i sub-culturali) a risultare egemone.” È solo un’ipotesi, un pretesto letterario, oppure davvero tutti stiamo precipitando nel caos? Quello che so è che alla letteratura spetta il compito di descrivere tutto questo e Siti lo fa benissimo e con grande realismo, perché, come disse Moravia: “Nel momento stesso che il caos sarà nominato, esso cesserà di esistere e comincerà il realismo”.

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