Il coro femminile di Chillbury

Il coro femminile di Chillbury
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1940. La guerra è ormai una realtà. Si sta combattendo sul fronte orientale, ma le voci che Hitler invaderà la Gran Bretagna si fanno sempre più insistenti. I giovani inglesi partono per il fronte a sostegno degli alleati, ed è lì che un siluro abbatte il sottomarino guidato da Edmund Whintrop. Il funerale di Edmund, scrive solenne il vicario, sarà l’ultima esibizione del coro parrocchiale: i mariti, padri e fratelli di Chillbury sono tutti in guerra e un coro di sole donne è qualcosa di veramente inaudito. Le abitanti del paese sono di tutt’altro avviso: se l’arcigna Mrs B. vorrebbe mantenere inalterata la tradizione, il recente trasferimento dell’insegnante di musica Miss Primrose Trent scombina le carte. Così, un mercoledì sera, si ritrovano tutte in chiesa. C’è Mrs Tilling, infermiera, in pena per il figlio David fresco di arruolamento. Ci sono Kitty e Venetia, sorelle di Edmund e figlie del ricco temuto generale Whintrop, la cui moglie sta per dare alla luce il quarto figlio, o figlia. C’è Hattie Lovell, l’insegnante del paese al nono mese di gravidanza. C’è Edwina Paltry, la levatrice, a cui il vecchio Whintrop propone un compito dei più immorali e spregevoli in cambio di una grossa somma di denaro. C’è la piccola Silvie, bambina ebrea sfollata dalla Cecoslovacchia. Sono loro, insieme ad altre, a comporre la prima prova del primo coro femminile a memoria d’uomo…

Quale potere ha la musica? Sa consolare un animo triste, sa sfogare la rabbia, sa trasportare in un sogno, sa distrarre da un pensiero opprimente. Sa rendere magico un giorno che potrebbe essere l’ultimo (lo sanno bene, gli uomini e le donne che “hanno fatto la guerra”). Sa dare voce a chi non ne ha. Una delle protagoniste, Mrs Tilling, spiega così la sua determinazione a partecipare al coro: “Mi resi conto che non esisteva una legge che proibisse il canto, così lasciai che la mia voce si alzasse, in segno di sfida nei confronti della guerra. Per affermare il mio diritto a essere ascoltata.” Lei e le sue compagne di avventura sono accomunate dalla volontà di reagire alla guerra, anche solo con la propria voce, ma anche dalla volontà di reagire in quanto donne: sulla carta subordinate agli uomini, ma di fatto le sole a tenere in piedi ciò che la guerra non distrugge. Assistono i malati e i feriti, lavorano in fabbrica, guidano i mezzi pubblici e al contempo si prendono cura una dell’altra. Qui, si raccontano nelle forme più squisitamente femminili della scrittura: il diario, la lettera, quei generi in cui è ammesso dare libero sfogo all’emotività, al pettegolezzo e al giudizio istintivo. Perché questo è la memoria, soggettiva e istintiva: lo sanno bene la nonna di Jennifer Ryan, a cui questo romanzo è ispirato, e le molte donne che l’autrice ha incontrato per trovare la voce di quei luoghi e di quei tempi.



 

 

 
 
 
 

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