Il corpo della città

Il corpo della città

1756. Cagliari è una città in fermento, la popolazione è divisa tra chi arranca per un tozzo di pane e chi riesce a vivere bene in virtù della propria ricchezza. Don Gemiliano Deidda conduce un’esistenza vivace, trascorre il tempo tra passeggiate con intenti archeologici, scavi per scoprire l’antica città romana sotto quella odierna, la sua attività come chirurgo e infine la famiglia. Ha una moglie che ama, Flora, due figli che sono la sua croce e delizia: il più grande, Paolo, è un delinquentello senza aspettative e talenti, il più piccolo, Pietro di appena sei anni, combatte contro un male che non gli concederà un futuro. Ad assistere in tutto la famiglia Deidda si impegna una coppia di anziani coniugi: Giustina e Simplicio, spettatori del trambusto domestico, delle gioie e dei dolori dei loro padroni. Don Gemiliano affronta con pazienza e ironia il biasimo e le critiche che giungono dai suoi colleghi e dal popolino, anche nelle vie del quartiere di Stampace in cui abita le voci alle sue spalle gli bisbigliano che è un pazzo, ma questo non gli importa. Non ritiene che l’essere umano sia stato messo al mondo per “subire fatalmente” la vita ed essere “preda degli elementi” come i preti vorrebbero far credere. Ed è sua moglie a ricordargli che qualcosa di più grande lo attende: “Tu hai la mente aperta, hai la testa attraversata da vele spiegate, e rotte da disegnare, e continenti nuovi, e genti nuove: un’isola come questa non ti può bastare, ed anzi: è una prigione.” Quando i suoi scavi gli permettono di riportare alla luce un antico mosaico ecco che le porte di Torino si aprono per lui, ottiene la fama sperata, la stima del re, i riconoscimenti accademici e, per forza di cose, l’odio che l’invidia inevitabilmente genera…

“Io vorrei essere ricordato per avere fatto qualcosa di utile per tutti, qualcosa che tolga la fame e la sete e la malattia da questa terra”. Un uomo innamorato della conoscenza, quella concreta che conduce a scoperte utili alle persone, che possa cambiare la vita e il modo in cui viene vissuta. Il sapere come strumento per trovare soluzioni da condividere con gli altri. Quegli stessi uomini e donne che lo guardano con sospetto, che lo deridono perché non comprendono la sua smania. Questa è la società con cui Don Deidda è costretto a confrontarsi. Forse il buon servo Simplicio ha intuito la verità: “A volte mi sembra che per lui sia tutto un gioco, un modo per distrarsi, pensare a disseppellire il mondo che era, e con quella stessa terra ricoprire la vita vera, alle sue spalle!”. Le ricerche che hanno portato Giuseppe Elia Monni ‒ laureato in Giurisprudenza e impegnato in attività lavorative lontane da interessi letterari ‒ a scrivere questo romanzo hanno consentito ai lettori di scoprire elementi di un passato storico poco conosciuto, o meglio sottovalutato, inclusa la figura nebulosa di Gemiliano Deidda, che secondo Monni ha subito una sorta di damnatio memoriae da parte degli storici a causa dell’invidia riversata su di lui dai suoi contemporanei. Un uomo troppo proiettato verso il futuro per essere capito in tutta la sua grandezza intuitiva. La narrazione si interrompe proprio quando le domande e la curiosità si fanno più pressanti, con un finale che non è un finale, con un paio di eventi gestiti in poche righe che perdono efficacia e sfumano rapidamente e quello che dovrebbe essere un colpo di scena ha l’effetto di un deus ex machina.



 

 

 

 
 
 
 

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