Il corpo fascista

Il corpo fascista

Nell’età classica la rappresentazione del corpo umano nudo, in specie quello maschile, ha sempre avuto un ruolo di spicco nell’arte. In Grecia e nella Roma antiche la forma fisica sintetizza due tra le più importanti virtù del tempo: la disposizione atletica e il talento militare. Due millenni dopo, il fascismo recupera questo culto passato del corpo maschile e ne fa - non senza una strana contorsione ideologica - un trampolino per un futuro radioso tutto da conquistare con il vigore e la determinazione che solo una mens sana in corpore sano può garantire. Spuntano numerose sculture di uomini nudi in pose ginniche, ma soprattutto l’atletica diventa il luogo dell’autoaffermazione dell’orientamento e della forza del fascismo sul piano internazionale: “Il notevole successo degli atleti italiani nei recenti giochi olimpici, con le medaglie d’oro di Giorgio Zampori nei concorsi di ginnastica ad Anversa e a Parigi, aiutò a superare lo stereotipo dell’italiano gracile [...] Lo sport è per noi strumento di propaganda e di potenza della Nazione”. Nel frattempo i futuristi italiani elaboravano i concetti di virilità e di rinvigorimento nazionale, preparando un manifesto per un partito che intendeva servirsi - alla stregua di un novello leviatano - dei corpi dei singoli per la costruzione dell’unico corpo politico della Nazione...

Uno studio del corpo - del suo culto, della sua immagine, del suo sfruttamento per fini secondi - in epoca fascista, intrisa di una filosofia gentiliana volta al fare, più che (o dovremmo dire: “anziché”?) al pensare, fra esperimenti di eugenetica à la Tetsuo (la commissione creata da Mussolini per sviluppare un piano di ottimizzazione dell’educazione fisica e della preparazione militare, consegnò un rapporto nel quale si parla di un “ingegnere biologico” impegnato nella “costruzione di un uomo-macchina”: “da uomini resi così automaticamente e fisiologicamente migliori deriveranno figli sempre più robusti”) e sogni di supremazia che, più si faceva difficile da realizzare, più diventava indispensabile ostentare. Un saggio dalla tesi non dirompente, scritto con un piglio accademico rivolto evidentemente a un pubblico abituato a frequentare un certo tipo di letteratura scientifica - si tratta a ben vedere di un lungo articolo, di meno di 40 cartelle - con un inserto fotografico infratestuale di 16 pagine in bianconero e una nutrita bibliografia quadrilingue, elaborato nell’ambito delle ricerche finanziate da un Award Sapienza Università di Roma del 2014. Marcello Barbanera è docente di archeologia e storia dell’arte greca e romana alla Sapienza di Roma e visiting professor a Parigi.



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