Il corpo non dimentica

Il corpo non dimentica
“Essere alcolizzata – essere, nelle guide degli altri, “una che beve” – significa prendere posto in una storia di violenza; accettare la violenza e la seduzione come parti di te, le più profonde; le sole che siano autentiche. Incatenare te stessa mani e piedi a una roccia che tu hai scelto. E tu, ragazza ubriaca, una che beve, tu sei la tua colpa e la tua vergogna. Una complice e un’aiutante”. Violetta Bellocchio ha trentaquattro anni, carta d’identità scaduta, e ha un enorme vuoto di memoria: gli anni peggiori – quelli dai venticinque ai ventotto anni – semplicemente non ci sono più. Ma realmente è possibile far tabula rasa dei propri ricordi? Esiste davvero quella “lavagna pulita” che è una immagine così suggestiva per permetterci di poter ripartire senza far i conti con il nostro passato?
Violetta Bellocchio, classe 1977, ha già esordito con il suo splendido Sono io che me ne vado nel 2009, ha scritto su molte riviste (“Rolling Stone”, “Wired”, “Rivista studio”) e questa volta si cimenta con un lavoro profondo e doloroso: raccontare la propria dipendenza dall’alcool. Chi si aspetta un romanzo pieno di autoindulgenza e commiserazione ha di certo sbagliato. La Bellocchio non lascia spazio al vittimismo: del resto aveva già scritto nel suo primo romanzo “Se permetti agli altri di trattarti da vittima, forse avrai la vita più facile ma non ti libererai mai della loro compassione”. Il suo lavoro è onesto, disarmante. Ci sono tutte le ferite subite e autoinflitte, moltissimi tentativi di ricucirle. Questo è un viaggio all’inferno. Andata e ritorno. Un pugno nello stomaco per chi lo legge, una liberazione – speriamo - per chi l’ha scritto, una lenta e faticosa risalita verso quella vita persa in un momento imprecisato.

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