Il costo del Partenone

Dall’ottavo secolo avanti Cristo fino alla fine dell’età ellenistica (circa 31 a.C.), i Greci esercitarono un dominio pressoché ininterrotto sul mar Mediterraneo, trasmettendo sia ai popoli conquistati che a quelli conquistatori la loro cultura, la loro politica e la loro struttura sociale. L’eredità ellenica nutre ancora oggi le radici della società moderna: l’arte greca, giunta fino a noi, possiede un valore inestimabile. Eppure, più di duemila anni fa, i capolavori ellenici non erano come oggi senza prezzo: avevano un prezzo preciso, e tra le varie opere era possibile operare una netta distinzione di valore, dettata da diversi fattori. Difatti, i lavori di Fidia, di Prassitele, o ancora di Lisippo, erano venduti a una cifra nettamente superiore rispetto a quelli di scultori meno conosciuti (per esempio Leocare o Firomaco). Inoltre, una scultura costava più di un dipinto, e per un dipinto occorrevano più dracme e talenti che per dei semplici vasi: materiali, tempo di realizzazione e maestria giocavano il loro ruolo. Infine, resta da considerare se l’opera era acquistata da un privato, o tramite finanziamenti pubblici: nel primo caso, il compratore provvedeva a sborsare la cifra richiesta dall’artista attingendo al proprio patrimonio; nel secondo caso, qualora l’opera d’arte fosse destinata all’abbellimento di una polis, si poteva attingere alle casse pubbliche, chiedere finanziamenti ai più facoltosi, sperare in qualche generosa donazione o nella vittoria di una guerra…

A un certo punto, nel film del 2011 Intouchables – conosciuto in Italia con il nome di Quasi amici –, i due protagonisti si trovano all’interno di una galleria d’arte. Osservando un dipinto, Philippe (François Cluzet) si rivolge così al suo badante Driss (Omar Sy): «Ti sei mai chiesto perché la gente si interessa all’arte?». Il badante risponde: «Non so, perché è un business», ma subito viene messo a tacere: «No, perché è la sola traccia del nostro passaggio sulla Terra». In questo rapido, ma profondo scambio di battute, è racchiuso il rapporto dell’umanità verso l’arte, moderna o antica che sia: accostare a un qualcosa di così nobile la materialità e la concretezza dell’economia sembra essere un sacrilegio. Eppure, grandissimi studiosi come Smith, Keynes e Galbraith se ne sono occupati. Così come qui fa il professore ordinario di Storia Greca all’università di Sassari Giovanni Marginesu, che si è messo in testa di determinare in maniera precisa il costo del Partenone, avendo già molto scritto e pubblicato – a livello scientifico – riguardo all’economia dell’arte ellenica. Per giungere al risultato finale, il docente si imbarca in un saggio nel quale spiega ai profani il mondo dell’arte greca, un mondo fatto da guerre e da bottini, da artisti stravaganti e stagisti ante-litteram, da facoltosi mecenati e da Polis al verde. Marginesu orienta il lettore in mezzo a questo mare magnum, tenendo sempre un linguaggio chiaro, esplicativo e soprattutto accurato, offrendo aneddoti ed excursus interessanti riguardo le maggiori opere d’arte della Grecia antica. Alla fine del viaggio, le somme vengono tirate e finalmente è stabilito il costo del Partenone: 300/500 talenti per il tempio, 200/300 talenti per i Propilei, e 800/1000 talenti per l’Atena Parthenos di Fidia, ovvero l’occorrente per retribuire una giornata di lavoro a nove milioni di operai. L’arte, dunque, ha un prezzo, e tenere in conto la portata economica di un’opera, può essere d’aiuto a una maggiore comprensione della stessa. E a proposito: alla fine Philippe si porta a casa il dipinto. Per trentamila euro.

 


 

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