Il crollo della civiltà occidentale

Il crollo della civiltà occidentale

2093. Uno storico della Seconda Repubblica Popolare Cinese analizza i meccanismi politici ed economici che hanno portato al crollo della civiltà occidentale del XXI secolo, o meglio che hanno impedito che si evitasse una catastrofe ecologica e climatica ampiamente prevista. L’analisi storica è facile e chiara, grazie ai tanti documenti cartacei ed elettronici lasciati dagli uomini di quel tempo. È tutto nero su bianco: sapevano cosa stava loro accadendo, ma furono incapaci di fermarlo, “il sapere non si trasformò in potere”. I tre boom industriali della storia moderna (Gran Bretagna 1750-1850, Stati Uniti Europa e Giappone 1850-1980 e Cina India e Brasile 1980-2050) causarono un’imponente emissione di CO2 nell’atmosfera terrestre, che unita alla dispersione di agenti chimici, alla cementificazione, alla desertificazione, all’applicazione su larga scala di tecniche agricole impattanti e dell’allevamento intensivo causò effetti sempre più evidenti sul clima terrestre, sulla chimica degli oceani e sui sistemi biologici. Ma gli scienziati che lanciarono l’allarme furono sottovalutati, derisi o scientemente boicottati. I sistemi politici neoliberisti imperanti sul mondo temevano più di ogni altra cosa la decrescita e quindi non volevano porre nessun freno sostanziale alla produzione industriale. Quando le economie crollarono, le epidemie scoppiarono, il cibo iniziò a scarseggiare, il mare a crescere sempre di più e si dovettero gestire enormi esodi di massa, era troppo tardi per invertire il processo. E la democrazia fu sospesa ovunque, in nome dell’emergenza…

Naomi Orekes, professoressa di Storia della Scienza e Scienze Planetarie all’University of Harvard ed Erik M. Conway, storico della scienza e della tecnologia per la NASA, illustrano con una buona dose di fatalismo la catastrofe ambientale e climatica che stiamo vivendo (e causando) utilizzando come artificio letterario l’immaginario resoconto da parte di uno storico del futuro del nostro presente, che per lui è ovviamente il passato. È un ingegnoso pretesto per descrivere le resistenze alla riduzione dell’emissione di gas serra ripercorrendo la storia di tutti i protocolli internazionali e i summit in materia, fino alle poche speranze residue per la XXI Conferenza delle parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a Parigi nel dicembre 2015, forse l’ultima chance per le nazioni del pianeta Terra di invertire la rotta e salvarsi/salvarci. La morale del libro è chiara, cristallina nel suo pessimismo: qualsiasi discussione o scelta politica sul cambiamento climatico che non coinvolga Cina e Stati Uniti è del tutto inutile. Le emissioni di questi soli due Paesi rappresentano più della somma delle restanti 12 nazioni che li seguono nella poco invidiabile classifica delle più inquinanti. Anche se numerose nazioni azzerassero del tutto le loro emissioni - obiettivo tutt’altro che a portata di mano - ma Stati Uniti e Cina rimanessero ai livelli attuali, gli effetti benefici sull’atmosfera terrestre sarebbero minimi o nulli. Siamo letteralmente nelle mani di questi due giganti industriali e non possiamo fare praticamente nulla per influenzarne le decisioni. Ci rimane soltanto la speranza.



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