Il danno

Il danno
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Lui è cresciuto nell’ingombrante ombra del padre, conosciuto uomo d’affari ricco, determinato, dalla personalità dominante, che lo ha educato all’esercizio della volontà secondo un unico dettame: “decidi quello che vuoi fare e fallo”. Così, con disciplina ferrea ed abnegazione ha raggiunto tutti i traguardi che si era prefissato: è diventato un medico affermato, ha sposato Ingrid, una bella ragazza con cui ha costruito un matrimonio che definisce “affettuoso” e “prudente”, da cui sono nati due figli: Martyn, il primogenito, “figlio amato e perfetto”, che ha iniziato a lavorare come giornalista, e Sally, “una autentica rosa d’Inghilterra”. Il suocero, deputato conservatore di lungo corso, lo ha avviato alla carriera politica, di cui ha scalato i gradini con rapidità, fino a ricoprire l’incarico di assistente del ministro della sanità. A cinquant’anni è un uomo arrivato. Quella mattina in cucina ha colto poche frasi del dialogo tra sua moglie e suo figlio, a proposito della nuova ragazza di Martyn. Anna Barton, trentatré anni, otto più di suo figlio. Si sono incontrati al giornale dove entrambi lavorano. Ingrid, sua moglie, non riesce a nascondere la sua preoccupazione. L’ha conosciuta, ed ha motivo di credere che non sia uno dei soliti flirt del ragazzo. Anna è intelligente, non cerca di nascondere la sua età, pur avendo “ancora qualcosa della ragazza, qualcosa di infantile”; è affascinante, ricca, raffinata. Eppure, in lei c’è anche un qualcosa di sinistro che non riesce ad identificare: “ogni volta che mi sembra che vada tutto bene, quella ragazza fa qualcosa di strano o d’inquietante che mi raggela il cuore. A questo mondo ci sono delle persone, innocenti a modo loro, che recano danno. Anna è una di queste. Farà del male a Martyn, ne sono sicura”. Lui ricorda con precisione assoluta il momento in cui Anna è entrata nella sua esistenza. Si sono incrociati casualmente alla festa natalizia di un editore. È stata lei a farsi avanti per presentarsi. Pochi convenevoli, nessun sorriso. Lui si è ritrovato a fissarne gli occhi grigi, in silenzio. “Mi voltò le spalle e si allontanò. La sua alta figura vestita di nero sembrò ritagliarsi uno spazio nella sala affollata e sparire. Una strana calma mi invase. Mandai un sospiro, profondo, come se a un tratto avessi cambiato pelle. Mi sentivo vecchio e soddisfatto. L’impressione di aver incontrato qualcuno che conoscevo mi era passata attraverso il corpo come una scossa elettrica. Per un attimo, un attimo solo, avevo incontrato uno come me, un altro della mia specie. Ci eravamo riconosciuti”…

“Per quelli di voi che ne dubitano: questa è una storia d’amore. È finita. Altri saranno più fortunati. Auguro loro ogni bene”. Quando Il danno (Damage in originale), suo romanzo d’esordio, venne pubblicato nel 1991, Josephine Hart era già piuttosto nota nell’ambiente culturale britannico: per il suo lavoro nel gruppo editoriale “Haymarket”, di cui era stata il primo direttore donna, per il suo amore viscerale per la poesia, che si era già manifestato nella fondazione e promozione di circoli letterari ed happening dedicati alla lettura di versi a Londra sin dai primi anni ’80, per la sua passione per il teatro, per cui aveva scritto testi e prodotto spettacoli. Irlandese di origine, negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza aveva perduto in circostanze diverse una sorella e due fratelli, sperimentando sulla viva pelle la capacità di un dolore profondo di cambiare radicalmente (“spezzare”, avrebbe più tardi scritto) la vita di chi ne fosse stato toccato, e vi fosse sopravvissuto. Nel 1967 aveva incrociato nei corridoi di “Haymarket” per la prima volta Maurice Saatchi – che sarebbe diventato il suo secondo marito nel 1984, subito dopo il divorzio dalla prima moglie – ricco rampollo di una famiglia di imprenditori nel ramo della produzione e commercio di tessuti, di origini anglo-irachene. Maurice avrebbe lasciato dopo breve tempo la casa editrice, e avrebbe fondato con suo fratello la “Saatchi & Saatchi”, e successivamente la “M&C Saatchi”, agenzie di pubblicità con all’attivo campagne per clienti come British Airways ed il partito conservatore britannico, di cui sarebbe stato membro eminente, nel corso di una carriera politica che lo avrebbe portato a contribuire all’ascesa di Margaret Thatcher e ad ottenere la nomina alla Camera dei Lord nel 1996. È a lui che Josephine Hart ha dedicato Il danno. Sulla scorta della traccia biografica diviene forse intuibile la matrice su cui è stata impressa ogni pagina di un’opera divenuta in breve tempo un bestseller internazionale da cinque milioni di copie, tradotta in 25 lingue. “Ho iniziato a scrivere Il danno nel 1989. Scrissi il capitolo di apertura in una stanza lunga e stretta nella mia casa nel Sussex. Una stanza che, un tempo, era stata una cappella, e che era stata sconsacrata. Penso fosse stranamente appropriato. Il danno, come il mio successivo romanzo Il peccato, è una forma di confessione. Diversamente dal secondo, tuttavia, Il danno è una confessione senza il desiderio di pentimento, il che, ne sono convinta, rappresentava il fulcro morale dell’opera. Ed è il motivo per cui, credo, suscita spesso disagio nel lettore. L’io narrante sembra dirci di non potersi pentire, perché farlo significherebbe negare l’unica cosa che ha dato significato alla sua esistenza” (Josephine Hart, Damage, author’s Introduction, Hachette, 2011). A rimarcare l’urgenza del racconto è la narrazione in prima persona: la sensazione della tragedia si insinua sin dalle prime pagine, dove la malinconica nostalgia per il passato, assieme al riconoscimento delle crepe nelle fondamenta della vita apparentemente perfetta del protagonista, catturano il lettore e lo conducono verso la spirale di una ossessione destinata a culminare nella catastrofe. Anna è sopravvissuta ad un fratello con cui aveva un legame simbiotico, sfociato in un sentimento diverso e proibito da parte di lui, che è arrivato a togliersi la vita quando ha compreso di non poterla avere. È questo il “danno”, ciò che ha fatto di lei la creatura che è, disperatamente alla ricerca di una vita normale, che pensa di riuscire a costruire con Martyn, e altrettanto disperatamente prigioniera dei propri pulsionali, incoercibili schemi di sopravvivenza: “… So sempre riconoscere le forze che plasmeranno la mia vita. Lascio che facciano il loro lavoro. A volte investono la mia vita come un uragano. A volte mi spostano semplicemente la terra sotto i piedi, cosicché mi ritrovo in un luogo diverso, e qualcosa o qualcuno è stato inghiottito. Ritrovo l’equilibrio, durante il terremoto. Mi sdraio, e lascio che l’uragano passi sopra di me. Non combatto mai. […] Sulla tavola di pietra del mio cuore incido silenziosamente il nome che se n’è andato per sempre. È una cosa straziante. Poi riprendo la mia strada”. Ma il “danno” è anche, e soprattutto, la lacerazione dello schema esistenziale del protagonista, coinvolto in un legame letale, nella sua reciprocità e nella sua inevitabilità, basato sull’istinto, su un livello di comunicazione profonda e inaccessibile alla coscienza, che manifesta la sua forza sin dal primo incrocio di sguardi; un uomo diviso tra una tensione erotica che porta alla luce un’immagine di sé sconosciuta a tutti e a lui stesso, ed una tendenza autodistruttiva amplificata da quel che avverte e definisce, apparentemente con indifferenza, come degrado morale, scivolando sempre più nell’abisso delle bugie, della paura, del tradimento, dell’infrazione dei tabù, e destinata a portare lutto e dolore, e ad infliggere ferite devastanti a chi gli è accanto, perpetrando il meccanismo della sofferenza. Nel 1992 Louis Malle ha diretto Juliette Binoche nella parte di Anna Barton, Jeremy Irons nelle vesti del protagonista, il cui nome non viene mai citato nel libro, e che sulla pellicola è invece Stephen Fleming, e Miranda Richardson in quelle della moglie Ingrid – interpretazione che le valse una candidatura agli Oscar ed un premio BAFTA – in un film destinato a lasciare il segno nell’immaginario. Josephine Hart è deceduta nel 2011, all’età di 69 anni.



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