Il declino dell’uomo

Il declino dell’uomo
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Credere che esista un sistema finalistico dell’universo non solo è sbagliato ma pericoloso. L’evoluzione delle specie è determinata da fattori casuali oltre che concettuali, lo dimostra la capacità di adattamento ambientale degli animali. La superiorità dell’uomo rispetto alle altre forme viventi è dovuta alla sua curiosità e alla sua vis ludica, che gli hanno consentito di sviluppare doti cognitive imprescindibili per ogni possibile progresso. Quest’ultimo è il prodotto di un mutuo scambio di idee fra culture diverse, ma la civiltà contemporanea purtroppo condivide ormai un’unica cultura, quella tecnocratica, che rischia di ridurre il processo creativo a sottomissione acritica e a puro indottrinamento ideologico. A ciò si aggiunge la presunzione scientistica di ignorare la categoria della sensibilità umana, in quanto non misurabile. Nonostante l’importanza della dimensione emozionale dell’uomo, ciò che chiamiamo ”anima” è annullato dalla società tecnologica in nome di un’organizzazione disciplinata e meccanicistica che spersonalizza l’individuo trasformandolo in un automa…

Il declino dell’uomo è uscito nel 1983, ma per la sua modernità e per la sua attualità analitica sembra essere stato scritto oggi. Vi sono già in nuce diversi dei grandi temi dei giorni odierni: la globalizzazione, il pensiero unico, la dittatura digitale, il potere economico-finanziario, la post-democrazia. La preoccupazione di Konrad Lorenz sta nell’assistere all’affermazione della tirannia della tecnica esaltata dallo scientismo, che atrofizza le qualità dell’uomo. Per evitare tale disumanizzazione è necessario rivalutare la struttura genetica dell’uomo, fatta di razionalità ed emozionalità, caratteristiche entrambe fondamentali all’esistenza. L’industrialismo esasperato, la mancanza di rispetto dell’ambiente, la spersonalizzazione dei rapporti umani distruggono l’”evoluzione creatrice” a favore di quella culturale, che si sta rivelando alienante e letale. Il grande etologo non era però pessimista, credeva ancora nelle virtù etiche e percettive dell’essere umano, nella sua socialità e nel sapersi emozionare di fronte alla spettacolo della natura. Soprattutto era convinto che l’uomo dovesse riappropriarsi della sua attività costitutiva primaria: la riflessione. A più di trent’anni di distanza si può amaramente dire che la lezione lorenziana sia stata molto disattesa. Non è mai troppo tardi però per farla nostra.



 

 

 

 
 
 
 

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