Il defunto odiava i pettegolezzi

Il defunto odiava i pettegolezzi

Ore 10.16 del 14 aprile 1930. Al Pronto soccorso dell’Istituto Sklisofovskij di Mosca perviene una richiesta di intervento. Sette minuti più tardi un’autoambulanza raggiunge il numero 3 di Passaggio Lubjanskij dove il dottor Agamalov constata la morte del “cittadino Majakóvskij”. Nello studio di undici metri quadri, un lusso rispetto agli otto previsti per gli abitanti della capitale dalla Norma sanitaria, il poeta era giunto in taxi attorno alle 9.40 insieme con l’attrice Veronika Polonskaja. Sono stati Lili e Osip Brik, i coniugi che dividono la propria abitazione con Majakóvskij, e che in quel giorno si trovano in viaggio a Londra, a favorire la relazione tra i due, nella speranza che il legame con l’avvenente ragazza sposata possa distogliere l’ardore amoroso che egli ha rivolto prima verso la stessa Lili e poi verso Tat’jana Jakovleva. Ma la nuova amante non può trattenersi perché è attesa alle prove della pièce che sarà rappresentata a breve al Teatro d’Arte di Mosca. È stata la ragazza a esplodere il colpo che messo fine alla vita di Majakóvskij, oppure è stato l’uomo a rivolgerla contro se stesso? E se si accredita la tesi del suicidio, si è trattato di un estremo atto di disperazione sentimentale oppure di un atto meditato per motivi che sono riconducibili all’ambiente politico-culturale, avvelenato da invidie e sospetti, in cui egli si muove con crescente e palese disagio?

Se siete amanti della buona letteratura, cultori della vicenda umana oltre che artistica di Vladímir Vladímirovič Majakóvskij, o anche semplicemente interessati al mistero che aleggia attorno alla morte del grande poeta e drammaturgo russo, leggerete questo libro di Serena Vitale da pagina 1 a pagina 249, l’ultima prima delle pur necessarie note bibliografiche. Stimolati dall’ammiccamento del titolo vi immergerete nei brevi capitoli in cui la nota slavista, tra le più feconde traduttrici di Marina Cvetaeva, addensa fatti e misfatti, grumi di cronaca del tempo e lampi di vita privata, scandaglia atti giudiziari e tenta di decifrare l’imponderabile spazio dei silenzi e delle renitenze, compone il mosaico e lo colloca nel suo appropriato quadro storico. E benché la ricostruzione vivida e dettagliata venga condotta con l’accorata e partecipata acribia della studiosa di professione, approfitterete dell’originalità di questo libro e lo sfoglierete con la genuina curiosità del lettore occasionale, lasciandovi catturare dal flusso narrativo raffinato e avvincente. Convinta che sulla risoluzione di enigmi e incompiutezze si addensino pur sempre accadimenti d’inattesa gradevolezza per il lettore, la Vitale concepisce questo nuovo libro come un’affascinante matrioska. Perché – come già ebbe a scrivere ne Il bottone di Puškin – “la morte dei grandi è valle di echi, magica lente d’ingrandimento”.



 

 

 

 
 
 
 

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