Il desiderio di Kianda

Il desiderio di Kianda
 A Luanda succedono fatti eccezionali: i palazzi intorno alla piazza di Kinaxixi, complesso urbano centralissimo e modernissimo, crollano, anzi, si sfarinano in un triste precipitare di persone ed animali, suppellettili e cemento. Non ci sono morti, nessuno spargimento di sangue; i palazzi accompagnano il loro contenuto verso terra imbellettando donne e uomini di una sottile polvere di cemento. In mezzo alla gente che si contende mobili ed elettrodomestici piombano turisti ed esperti da ogni parte del mondo per studiare quella che ormai si chiama “sindrome di Luanda”, arrivando lì con  le loro risposte preconfezionate, le loro teorie. Qualcuno degli sfollati prova a sbarcare il lunario inventandosi una sorta di lotteria su quale sarà il prossimo palazzo a cadere. Fintanto che ne rimarranno in piedi. Nel paese, intanto, governanti corrotti e senza scrupoli si fanno beffa della miseria del popolo portando avanti impunemente i loro loschi affari. Si inventano imprenditori, aprendo agenzie di import-export sotto e dentro le quali approfondire il contrasto stucchevole tra la povertà che grida vendetta e l’opulenza del nuovo che avanza (da occidente). Tra di loro spicca Carmina, accecata dall’ossessione di fare carriera nel mondo della politica e con poche esitazioni nel saltare alternativamente di palo in frasca quando l’occasione di stare di qua o di là politicamente, potrebbe avvantaggiarla nei suoi scopi. È sposata con João Evangelista, uomo succube della straripanza di Carmina, ma non così fesso da sottovalutare la strategia ordita dalla moglie per accumulare potere e ricchezza. Trincerato dietro i suoi “sì, cara”; “hai ragione tu, cara”; “come vuoi, cara” è forse l’unico a comprendere chiaramente il delirio in cui sta precipitando il suo Paese; ad accorgersi di quella metamorfosi pericolosa che sta sfigurando la sua gente e la pochezza degli ultimi ed incalliti retaggi coloniali. Nel frattempo, intorno a loro, tutto crolla ed il fenomeno sembra allargarsi fino a minacciare anche le seconde file dei palazzi, lontano dalla piazza. Solo i vecchi sanno e ricordano che lì un tempo, prima che i palazzi, l’inurbamento e l’arricchimento sfrenato lo facessero sparire, c’era un lago abitato da Kianda, lo spirito delle acque. Ben presto, di questo lago, se ne ricorderanno tutti e quelli nuovi nella citta e le nuove generazioni ne conosceranno l’esistenza per la prima volta perché, venuti giù i palazzi, dal suolo inizia a sgorgare acqua, quella del fiume, che pretende di riprendersi il suo letto originario… 
È una Luanda degli anni Novanta quella che Pepetela descrive, tra l’ironia e l’amarezza. Una città che è la riproduzione di un intero Paese piagato da una sanguinosa guerra civile interetnica ed attraversato da una spaventosa corruzione gonfiata dalla rincorsa del mito occidentale. Kianda è uno dei più diffusi miti cosmogonici dell’Angola precoloniale: è lo spirito delle acque, padrona e regolatrice dei suoi flussi e dei suoi abitanti. Qui la sua furia contro i palazzi che soccombono, il lago diventa una metafora delicata ed al contempo forte che disvela la miseria della dignità calpestata ed al contempo funge da ammonimento a quanto sia facile, a furia di guardare avanti e altrove, dimenticarsi della propria memoria storica. In questo romanzo allegorico Pepetela usa una scrittura così scorrevole (verrebbe da dire, come l’acqua), che si incastra volutamente a metà tra il sogno, incarnato dalla leggenda di Kianda, svelata ad una bimba attraverso un canto armonioso proveniente dall’acqua del lago, e la realtà di un paese disincantato e fragile. Si legge subito e getta inesorabilmente il seme per una profonda riflessione.

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