Il destino dell’avvoltoio

Torino. L’avvocato Fabio Montrucchio si fa largo in corsia fra camici bianchi e parenti in attesa di notizie mentre si aggiusta il nodo della cravatta regimental e abbottona la giacca logora comprata a saldo tre anni addietro. Si imposta in modalità “camminata sicura e sguardo deciso”, quelli che deve sfoggiare quando ha un lavoro da non farsi sfuggire e si dirige verso le sue due vittime, due donne, di cui una con il collare ortopedico, sedute su una panca. Senza perdere tempo mette immediatamente in scena il suo repertorio mandato giù oramai a memoria in anni e anni di truffe assicurative. Parlantina sciolta e rassicurante, affabilità, identificazione con le proprie vittime, i classici ingredienti insomma che gli servono per strappare un mandato di risarcimento futuro, che le ignare vittime di incidenti, ancora frastornate dai postumi traumatici, sono ben liete di firmare, sganciando spesso anche un lauto anticipo per la pratica all’Avvoltoio. Già: perché da anni oramai nell’ambiente è quello il gentile soprannome che Montrucchio s’è conquistato sul campo, grazie a quei suoi lavoretti sempre in bilico sul filo del rasoio della liceità. Eppure c’era stato anche un periodo in cui il suo nome risuonava altisonante nei corridoi dei tribunali torinesi e la sua vita privata tra moglie e figlio sembrava andare a gonfie vele. Ora che è andato tutto definitivamente a rotoli le sue serate sono in compagnia di un divano, un cannone traboccante hashish, un whiskyno e un pompino rimediato da Joy, la sua vicina, una prostituta nigeriana, quando non è impegnata con altri clienti. Tutto sembra scorrere sui consueti binari dell’ordinaria noia quotidiana insomma , quando l’inaspettato incontro nel cesso dell’ospedale con Irina e soprattutto la convocazione da parte di un noto boss della ‘ndrangheta sembrano dare una svolta alla sua imperscrutabile esistenza…

Lo scrittore e giornalista torinese Giorgio Ballario – dal 2014 presidente di Torinonoir – mette in scena uno strepitoso e malinconico noir, ambientato in una nerissima, cupa, piovosa e sordida Torino. La città è un sottofondo jazz per le vicende dell’avvocato più scalcinato della letteratura nostrana. Montrucchio sembra ricalcare lo stereotipo hard boiled del “broken lawyer”, l’avvocato decadente e decaduto tutto whisky, solitudine, abbandono e corruzione, ma Ballario con maestria lo rende eccezionalmente vivido, credibile e soprattutto reale. Con un ritmo che non cala mai di un’oncia e un’agghiacciante malinconia a mordere costantemente le caviglie, ci si affeziona presto alla disperazione tediosa di Montrucchio, fino all’inaspettato e pirotecnico epilogo dell’ultima riga. Un ottimo lavoro insomma e una conferma, se mai ce ne fosse bisogno, delle ottime doti narrative dello scrittore piemontese.



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