Il Diacono

Il Diacono
Un boato, e dalle finestre del Palazzo Apostolico deflagra una tempesta di fiamme e schegge di vetro. Le voci della folla assiepata in Piazza san Pietro si uniscono in un unico urlo da gelare il sangue e inizia la fuga. Solo un uomo resta immobile. Ha gli occhi gialli. E sorride. Nadia, una giornalista, l’aveva notato poco prima dell’esplosione e lui le aveva parlato: “Stai a vedere cosa abbiamo preparato”. Una promessa e una minaccia. Ora un nero dal viso sfregiato, lui pure con gli occhi gialli, l’afferra per un braccio. Alla mente della ragazza, stordente come una scarica elettrica, arriva una visione allucinante di caos e distruzione: un cielo privo di luce, un lezzo di carne marcia che appesta l’aria, esseri che si contorcono mentre il fuoco li consuma con sadica lentezza. Sembra l’inferno, invece è quel che resta del mondo in un futuro molto prossimo. Ed ecco che accanto a Nadia si materializza un’ombra per strapparla da quella stretta malefica. Un saio nero copre il corpo possente, un pesante cappuccio nasconde completamente il volto. È il Diacono, il più potente esorcista dai tempi di Gesù. Appartiene a un piccolo Ordine praticamente sconosciuto, i Celati: trentatrè monaci (trentatrè come gli anni di Cristo) con la missione di combattere Satana. Quella che aspetta il Diacono e i suoi confratelli è una battaglia durissima. Già prima dell’esplosione si erano verificati eventi inquietanti, da quando in Uganda era stata trafugata la statuetta sacra di N’Thala Jeza, la Divoratrice di anime. Subito dopo in tutto il mondo gli esorcisti avevano cominciato ad essere uccisi. Assassinati dagli indemoniati durante il rituale di liberazione. Arsi vivi nell’istituto dei Gesuiti a Barcellona, massacrati in Nigeria negli scontri fra cristiani e musulmani. Uno sterminio programmato, globale. Forse l’Armageddon si vicina. Forse il terzo Segreto di Fatima, reso pubblico come profezia dell’attentato a Giovanni Paolo II, non si è già compiuto con gli spari di Ali Ağca, ma è una spaventosa realtà che deve ancora verificarsi. Che sta per accadere. Adesso...
Nessun genere letterario è più metafisico dell’horror, e Andrea G. Colombo ne sfrutta le potenzialità più profonde, quelle che vanno a scavare nelle nostre paure ancestrali e nel nostro rapporto col sacro. Per Il Diacono (nato da un serial proposto alcuni anni fa sulla rivista Horror Mania) non sceglie una delle inflazionate variazioni sul tema e punta invece all’essenza stessa dell’orrore, il conflitto con il Male assoluto. Vale a dire con il diavolo. E parlare di diavolo implica parlare di esorcismo, pratica di cui la Chiesa è depositaria fin da quando fu conferito ai discepoli il potere di scacciare gli spiriti immondi. Dopo "L’esorcista" William Peter Blatty era difficile immaginare un duello più agghiacciante di quello fra padre Karras e il demonio che si era impossessato della piccola Regan. Ma Il Diacono si spinge ancora più giù negli abissi del terrore. Ora Satana agisce a livello globale, con possessioni a catena e, dopo che si è impadronito di qualcuno, ai Celati non resta nulla da esorcizzare. L’anima è stata consumata, corrosa, lasciando soltanto un guscio vuoto. Quel corpo svuotato è pericolosissimo perché è una porta aperta per lasciar entrare il Male, un varco che sarebbe meglio chiudere per sempre. Il peggio è che nessuno è immune dal tocco del Maligno. Nemmeno i sacerdoti, che non sono più (come Karras) un baluardo contro le forze oscure. I religiosi di Colombo sono vulnerabili. Non sanno se sia il Male ad essere diventato più forte o se siano loro ad essere più deboli. Alcuni vengono posseduti, altri si fanno ingannare da apparizioni che sembrerebbero mariane e tali non sono, e più si sale nella gerarchia ecclesiastica più le conseguenze di tali mistificazioni diventano catastrofiche per l’umanità. Anche il Diacono, personaggio scolpito nella roccia, senza nome e senza memoria, oscilla nell’incertezza di distinguere se tutto ciò sia frutto del disegno di Dio o del suo Avversario. Questa è la paura allo stato puro. Sapere che il Male incombe e temere che non ci sia crocifisso o prete che valga a salvarci. Colombo ha uno stile incisivo e cinematografico, che si dispiega in capitoli/sequenze dal ritmo concitato, trasmettendo quell’angoscia che ti fa passare la voglia di spegnere la luce quando vai a dormire. Che, se ti alzi di notte, ti fa percorrere al galoppo il corridoio annaspando alla ricerca dell’interruttore. Non c’è da vergognarsene, stando alla citazione in esergo di H. P. Lovecraft aver paura è un segno di intelligenza: “Gli uomini di più ampio intelletto sanno che non c’è netta distinzione tra il reale e l’irreale”. Del resto, Colombo trasforma in romanzo quello che nelle più alte sfere competenti è il dramma per eccellenza: “Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall'origine del mondo, destinata a durare, come dice il Signore, fino all'ultimo giorno". Sono parole della "Gaudium et spes". Chi alla fine del romanzo si sentirà atterrito, ne ha ben donde.

 

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER