Il diner nel deserto

Il diner nel deserto
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Ben Jones guida il suo camion nella sezione di deserto attraversata dalla State Route 117 ormai da oltre vent’anni. Il suo è l’unico servizio di consegne per gli strampalati abitanti di quell’area dello Utah e segue sempre lo stesso percorso: inizia al mattino presto con i pacchi che contengono i pezzi di ricambio per la collezione di motociclette di Walt Butterfield, incattivito proprietario di un diner che è apparso in molti film, ma nessuno ricorda di aver visto aperto negli ultimi quarant’anni, prosegue verso le carrozze ferroviarie dei due bizzarri fratelli Lacey, che vivono di scatolette con una mandria di cavalli rinsecchiti, si concede una sosta lungo la strada per offrire all’ex Pastore John che trascina una croce enorme per tutto il giorno la scusa per una pausa e una bottiglia d’acqua, poi torna indietro. La strada è sempre uguale, la 117 non riserva sorprese ad un amareggiato Ben che si chiede quanto ancora riuscirà a garantire il servizio di consegne che si è aggiudicato da Fed-Ex e UPS, quanti pieni lo separino dal fallimento della Desert Moon delivery service e dalla vendita del camion. Quello che sembrava un giorno come gli altri sotto la canicola, riserva però alcune sorprese: innanzitutto non c’è traccia di Walt al Diner e sembra non aver ritirato nemmeno quelli che Ben aveva lasciato in precedenza sul retro; i fratelli Lacey lo accolgono con una improbabile, strampalata torta di compleanno; durante una sosta al Wall-mart si imbatte in Ginny, un’adolescente incinta e intrappolata in una condizione senza via d’uscita, figlia di una sua vecchia fiamma; e per concludere farà una cosa per lui insolita, per rispondere a un bisogno fisiologico uscirà dalla 117 per dirigersi verso una strada secondaria e finirà per imbattersi in una casa maestosa, abitata da una donna che, nuda, suona un violoncello senza corde. Scoperto in una situazione indecorosa, Ben fugge precipitosamente, ma, le sorprese non sono finite e sulla sua strada si para un’automobilista le cui intenzioni non sono per nulla chiare. L’immagine di Claire, la violoncellista, lo ossessiona al punto di non riuscire a stare lontano da quella casa e da quella vita. Da cosa è in fuga Claire? Cosa è successo veramente quarant’anni prima nel corso della rapina che è costata a Walt la perdita di sua moglie? Come è rimasta incinta Ginny? Cosa vuole da Ben la donna che continua a incrociare i suoi passi?

Ognuno dei personaggi che punteggiano la striscia di deserto percorsa dal camion di Ben sembra avere i suoi segreti e le sue ragioni per vivere come e dove ha scelto di vivere. L’estrema bravura di James Anderson, in questo Il diner nel deserto, che è il primo volume di una trilogia, sta nel creare un equilibrio tra anticipazione e sorpresa, come se fosse sua cura tutelare innanzitutto la privacy delle sue creature, il loro diritto a dire e non dire. Ben, figlio di madre ebrea e padre ignoto è un solitario tra i solitari, un uomo che proclama di non avere amici né famiglia degna di questo nome, ma, si ritroverà invischiato in una rete di relazioni e affetti quasi suo malgrado, per quanto non convenzionali. Tutte le sue relazioni, a partire da quelle più importanti con Ginny e Claire, fino alle più casuali, sono il pretesto per il disvelamento di aspetti del carattere dei suoi comprimari. Ben è il Caronte che Anderson designa per guidarci in un paesaggio che risucchia il lettore lentamente, che lo avvolge in spire pigre ma solide come acciaio, lo invischia nelle sabbie mobili di un mondo senza tempo nel quale l’aria si fa torbida e densa sin dalle prime pagine. Ognuna delle sparute anime che vivono lungo la Route 117 ha cose da dire e Anderson è un maestro assoluto nel raccontarle, oltre che un grande narratore di paesaggi. Il romanzo è un pretesto per raccontare il deserto dello Utah, vero protagonista che spesso finisce per prendergli la mano, magari a scapito degli altri. Il deserto è il paesaggio in cui anime ruvide come carta sabbiata trovano l’habitat per difendere i propri sogni, il nascondiglio e il rifugio di solitudini e disperazioni individuali, ma, è anche il territorio in cui alligna la pianta di una peculiarissima solidarietà.



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