Il dio dei corpi

Il dio dei corpi
“Lei lo vede quell’uomo di spalle lì in piedi col cappello?”. Questa domanda affiora ciclicamente sulle labbra di Alfredo Venti. Lui quell’uomo lo vede sempre: dalla finestra, in via Pfeffingerstrasse, nei suoi sogni. Sempre di spalle, e con un cane che gli abbaia a fianco. Il suo viso però non riuscirà a vederlo mai, perché quell’uomo è Alfredo Venti. Professore, insegna “una cosa tipo disegno”. Lo fa non seguendo il programma ministeriale, come si conviene a un giovane artista. Perché nella sua vita Alfredo ha un solo ed unico progetto, un’opera, un’installazione, per la quale ha messo in atto un infinito accatastare oggetti, fotografie, fax, ritagli di giornali, pezzi di computer a cui ha dato il nome “Eternità”. Una specie di immenso buco nero, un big bang della creazione artistica, qualcosa in cui viene risucchiato tutto il presente, il passato e il futuro onirico e schizofrenico del protagonista. Poi c’è l’appendice “reale”: un bambino che gli gattona a fianco, un figlio non suo, lascito di Rebecca, sua ex compagna di breve corso, concepito in Chiapas e abbandonato con Alfredo. Un figlio non suo quindi, ma che, inutile dirlo, sente come suo, ma solo nelle responsabilità di un’educazione da fornirgli, di una salute da assicurargli, ossessivamente. È per questo motivo che Alfredo Venti ha ordinato in maniera maniacale il suo armadietto dei medicinali, dividendolo in scomparti: testa, anima, sistema nervoso centrale, intestino, denti, pelle… Il “dio dei corpi” è questa cosa qui, questo contenitore di “cibo” chimico, il fluoro per dotare i bambini di enormi zanne con cui difendersi, i fermenti lattici per l’intestino, il Gasoline per gli attacchi d’ansia. Questa sì, la sua vera opera d’arte. L’esistenza di Alfredo, già di per sé condotta ai margini di una follia latente, tenuta a bada con massicce dosi di psicofarmaci, viene definitivamente sconvolta, o forse risolta, dalla presenza di due donne Aurora e Fiorenza…
Napoletana di nascita ma milanese di adozione, Marosia Castaldi utilizza per questo romanzo uno stile coerente e aderente alla narrazione, con cui tenta di rendere sulla pagina la congerie di “materia” accumulata e da cui il protagonista sembra essere eternamente (appunto) assorbito. Una scrittura fatta di elenchi privi di punteggiatura, semplicemente accostati, senza alcun ordine di priorità. Pagine che partoriscono al loro interno le ossessioni apocalittiche del protagonista e che da queste, a volte, rischiano di essere dominate. Ad introdurre il romanzo, un brano accoglie il lettore: “Mentre scrivo” è un’anticipazione di quello che poi diventerà Dentro le mie mani le tue, edito da Feltrinelli, come anche Per quante vite e Dava fine alla tremenda notte.

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