Il dio delle anime

Il dio delle anime
Cos’altro ci si può aspettare dal signore dell’Inferno se non distruzione e morte? Nulla di strano, quindi, che i mostruosi e giganteschi arconiti di re Menoa, golem di metallo e ossa emersi con pessime intenzioni dalla Nona Cittadella, stiano dilagando nel mondo degli uomini falciando vite su vite, in una cieca opera di annientamento. Di fronte a tanta, infernale, potenza, ogni forma di resistenza sembra vana, anche quella opposta allo spietato Menoa dai figli superstiti della dea Ayen, espulsi dal Paradiso dopo essersi ribellati alla suscettibile genitrice. Così, mentre Cospinol, il dio del mare, non esita a calarsi all’Inferno con il suo sgangherato galeone zeppo d’anime, la giovanissima Rachel Hael, inseguita dall’esercito degli arconiti, dovrà trovare il modo di arrivare in Paradiso affinché la dea Ayen si senta obbligata, una buona volta, a intervenire. Come sempre, al fianco di Rachel, c’è l’angelo Dill, o almeno la sua anima, rinchiusa da re Menoa all’interno di uno dei fantocci meccanici di sua creazione, ma tanto forte e pura da essersi liberata dai condizionamenti dell’Inferno. Com’è facile immaginare, la strada per il Paradiso non sarà per nulla agevole, malgrado l’aiuto di un altro dio, Sabor, specializzato in andirivieni temporali. Intanto, giù all’Inferno, l’angelo sfregiato Carnival sta dando fondo a tutto il suo furore…
Qualche tempo fa, recensendo Il dio delle nebbie, secondo volume della trilogia di Alan Campbell, fummo decisamente severi, senz’altro per il senso di cocente delusione che ti assale sempre quando le promesse (nella fattispecie quelle del primo libro, Il raccoglitore d’anime, davvero un esordio magistrale) sembrano non venir mantenute – o sprecate. Nel caso de Il dio delle nebbie, la verità è che avremmo voluto leggere tutt’altra storia, perché il romanzo che avevamo immaginato, pregustato e atteso non coincideva per nulla con quello partorito dallo scrittore per dar seguito alle vicende di Dill e compagni. Da qui una sensazione di tradimento – di rifiuto, persino. Ormai però, al terzo e ultimo (ma sarà davvero così?) volume della saga, non possiamo far altro che chinare il capo e accettare la piega metafisica di questa trilogia che come location privilegiata sceglie l’Inferno e lo evoca come mondo spirituale ma al contempo fisicamente tangibile, e in cui molti personaggi sono divinità, sebbene imperfette e fragili. Chiaramente, in questo universo fantastico e ultraterreno, la turgida fantasia di Alan Campbell (ex designer di videogiochi) ha tutto l’agio di dispiegarsi senza freni, attraverso una serie inesausta di trovate (dal magnifico castello del dio degli orologi all’emporio di Mr. D, commerciante di anime in bottiglia) che punteggiano un’avventura sanguigna e innegabilmente potente, ma un po’ troppo sovraccarica. Così, tra corrusche visioni infernali, battaglie e paradossi temporali, i personaggi sembrano talvolta smarrirsi, fagocitati dallo sfondo, e quando, alla fine, si congedano, l’impressione è quella di non averli conosciuti affatto. Il che è un vero peccato, perché almeno tre di loro – Rachel, Dill e la meravigliosa Carnival, così furiosamente rabbiosa e sofferente – avrebbero meritato ben altro trattamento. Ma chissà che Campbell, prima o poi, non decida di tornare dalle parti di Deepgate…

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