Il dio delle donne

Il dio delle donne

Nikos Karateodori, giovane ispettore della polizia greca, in una giornata di primavera del 1923, è sul molo del porto del Pireo ad assistere alla partenza, verso Alessandria d’Egitto, della nave Patris che gli sta portando via una storia d’amore. Come se non bastasse la ferita d’amore, Nikos viene sollevato dalle indagini che sta attualmente compiendo ad Atene e viene inviato dal suo capo a far luce su di una mutilazione di una statua sull’isola di Naxos. Si tratta invero di una mutilazione affatto particolare, essendo stato asportato nottetempo il fallo di una statua che rappresenta un simbolo identitario di fortissima ascendenza sulla popolazione, ma pur sempre di un “caso” poliziesco di secondo ordine. Le indagini, discrete ma professionali, dell’ispettore Karateodori -fintosi, per l’occasione, un innocuo professore di archeologia - tra domande ai locali, colloqui con turiste temporaneamente residenti, sopralluoghi e osservazioni, porteranno presto il poliziotto ad individuare il colpevole dell’originale furto: peccato che, traiettorie di vita e d’indagine giungano ad intersecarsi fino a costringere il giovane ispettore a scelte eticamente difficili. Sull’isola, infatti, soggiornano due turiste americane: un’artista ispirata dalla storia dell’arte occidentale e la sua giovane nipote, impegnata politicamente nel sostegno della causa femminista. Tra l’ispettore e la giovane, immancabilmente, scocca – non senza l’intervento esterno della divinità – una scintilla di reciproco amore minato, però, dalla scoperta del colpevole dell’avvenuta evirazione del kouros

Alla trama lineare dei fatti, poi, più racconti o voci si interpolano e sovrappongono: fra un capitolo e l’altro, infatti, negli interstizi della diegesi principale, si depositano tutta la storia sapiente e la filosofia del dio mutilato mentre, alternata agli eventi del furto e della relativa indagine, s’accompagna il racconto-commento della correttrice di bozze del romanzo che, in parte, pur correndo parallelo al romanzo, ad esso s’intreccia e sovrappone. La correttrice di bozze, tra metaletteratura e vita, scopre, proprio attraverso la lettura-correzione-analisi del romanzo, che l’essenza mitologica eterna delle divinità (siano esse pagane o meno) è strettamente connessa all’essenza biologica caduca dell’umanità, secondo legami e parallele spazio-temporali che consentono a ciò che vive, e per questo è imperfetto, di aspirare alla perfezione immobile della divinità e, dunque, della morte. Nel percorso dall’imperfezione alla morte sta tutta la dinamica meravigliosa della vita. Inutile dire che si tratta di un romanzo di altissimo livello compositivo, sia in ordine ai meccanismi della narrazione, sia in ordine alla qualità della scrittura, sia per quel che concerne le modalità narrative. Più piani narrativi, nello spazio e nel tempo, giocano ad intersecarsi nel lento scorrere delle pagine e fino al progressivo scioglimento di tutti i nodi narrativi presentati al momento dell’avvio del racconto: una matassa, nella migliore tradizione letteraria, che si sbroglia lentamente non senza disseminare, pagina dopo pagina, preziosi indizi di comprensione per il lettore. In più, la sovrapposizione di tecniche narrative diverse – dal monologo al dialogo, dal procedimento epistolare al diario, dal romanzo di formazione a quello filosofico e fino al giallo – dà vita ad un romanzo ‘polifonico’ e ‘polifunzionale’ in cui voci, luoghi e tecniche di rappresentazione alternano le fasi di sviluppo delle linee diegetiche maggiori e minori. Una qualità della lingua altissima, a tratti quasi aulica, conferisce poi al romanzo l’aspetto degno della migliore narrativa italiana degli ultimi decenni, prodotta, e non  a caso, da un affermato scrittore di romanzi e racconti – per grandi e piccini – e da una esordiente narratrice, professionista però nella scrittura critico-letteraria.



 

 

 

 
 
 
 

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