Il dio riflettente

Il dio riflettente
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"I bambini normali avevano un amico invisibile. Io ne avevo tre dozzine. Dovevo segnarmi i loro nomi per non dimenticarli". Lontano, il Giappone. Terra di radiazioni senza controllo, militari dallo sguardo freddo e dalla volontà di ferro, di mostri arcaici e spaventosi. La terra di Godzilla, e la terra d'origine di Matsuhiro Takei, ex bambino inventore e ora regista di film di arti marziali. Ma Mat ora è a Londra a cercare fondi per il suo nuovo progetto Stupidità terminale, e qui a Londra non c'è traccia di misticismo giappponese: ci sono in compenso la cinica manager ninfomane di una casa di distribuzione cinematografica, una teenager anoressica e filosofa che tenta di sedurre un rozzo metallaro, un lottatore di kung-fu turco e la sua famiglia disastrata, e il boyfriend di Mat che non vuole ammettere che il loro rapporto è finito e dà di matto...
Del termine 'capolavoro' si abusa spesso, come degli antibiotici. E per non contribuire a generare schiere di batteri resistenti agli antibiotici disponibili come per non contribuire a generare schiere di lettori incapaci di distinguere un buon libro da un elenco telefonico, la parsimonia è la regola. Solo che qui non resisto, mi scappa: Il dio riflettente è un capolavoro. Non fatevi ingannare dalla breve e cervellotica trama scritta qui sopra, che farebbe pensare ad un guazzabuglio nonsense congegnato ad arte: Javier Calvo (traduttore in Spagna di Ezra Pound, David Foster Wallace, J.M. Coetzee, Chuck Palahniuk e Patrick McGrath) è postmoderno vero, parole pesate col bilancino, talento estetico da urlo, ogni pagina una trovata da invidiare, un'idea da rigirarsi in bocca come un Chupa-Chups, e sono 320 pagine fitte. Poi l'anoressica Pola, che assoluta delizia. Ho preso una cotta per lei. E per questo romanzo.

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