Il dizionario del diavolo

Il dizionario del diavolo

Alleanza: In politica internazionale, l’unione di due ladri che hanno cacciato così a fondo le mani l’uno nelle tasche dell’altro da non poter più derubare separatamente un terzo. Barometro: Strumento ingegnoso che ci dice com’è il tempo che vediamo fuori dalla finestra. Cannibale: Gastronomo della vecchia scuola che difende i gusti semplici e segue la dieta naturale dell’epoca pre-suina. Diaframma: Muscolo che separa i disturbi toracici da quelli intestinali. Diluvio: Primo, ammirevole esperimento di battesimo che ha lavato via i peccati (e i peccatori) dal mondo. Elettore: Chi gode del sacro privilegio di votare l’uomo scelto da un altro. Fedeltà: Virtù tipica di colui che sta per essere tradito. Futuro: Periodo di tempo in cui i nostri affari prosperano, i nostri amici sono sinceri e la nostra felicità assicurata. Genere: Il sesso delle parole. Idiota: Membro di una vasta e potente tribù la cui influenza sugli affari umani ha sempre esercitato un controllo dominante. L’attività dell’idiota non si limita a uno specifico campo di pensiero o d’azione, ma ‘pervade e regola il tutto’. Ha sempre l’ultima parola: le sue decisioni sono inappellabili. Detta mode e gusti, decreta i limiti del discorso e circoscrive la condotta entro un limite invalicabile. Occasione: Circostanza favorevole per prendere una delusione”. E poi Pace, Politica, Religione, Responsabilità: un dizionario scelto, lungo tutte le lettere dell’alfabeto fino a Zoologia…

Se un libro pubblicato per la prima volta nel 1906 – per di più un libro improntato a cinica satira sociale dei costumi e quindi connotato cronologicamente – risulta oggi divertente e soprattutto sorprendentemente attuale, vuol dire che siamo davanti ad un vero classico, ovvero a qualcosa non soggetto a fortune circostanziate o condizionate dal momento storico. Vero è che nella versione de Il dizionario del diavolo edito da BUR, come avverte il traduttore, “sono state espunte voci considerate intraducibili, perché contenevano giochi di parole obsoleti, composizioni in rima o rimandi a un’attualità ormai impossibili da decifrare”. Ma ci sta. Questo irriverente vocabolario ha avuto, d’altronde, una genesi piuttosto movimentata, basti dire che inizialmente i lemmi comparivano in una rubrica del “San Francisco Examiner” dove Ambroce Bierce, il suo autore, aveva cominciato a scrivere nel 1887, e che l’opera ha cambiato nome diverse volte, dall’iniziale The Cynic’s Word Book (precisa lo stesso autore che “un cinico è una canaglia di vista difettosa che vede le cose come sono”) al definitivo The Devil’s Dictionary del 1911. Ma anche il suo autore è un personaggio abbastanza fuori dall’ordinario. Soprannominato Bitter, l’Amaro, per via del suo acre sarcasmo, Bierce, nato nel 1842, fu avvocato, giornalista e scrittore – è autore di ottimi racconti macabri e horror ispirati dagli orrori della Guerra di secessione cui prese parte in prima persona come cartografo. Morì a settantuno anni in circostanze oscure che ancora oggi appassionano coloro che si occupano di misteri legati alla letteratura americana; scomparve infatti nel Messico della guerra civile di Pancho Villa ed Emiliano Zapata durante una battaglia dell’11 gennaio 1914, secondo alcuni fucilato dagli uomini di Villa perché creduto una spia. Ma questa è soltanto una delle ipotesi esistenti in merito: persino Martin Mystére in una delle sue storie – La cosa da un altro mondo del 1988 – si è occupato di questa vicenda! L’opera completa di Bierce, di cui il Dizionario costituisce il settimo libro, fu pubblicata in dodici volumi tra il 1909 e il 1912. Ma la sua fama è indiscutibilmente legata a questa specie di anti- dizionario, pungente e dissacrante critica della falsità e dell’ipocrisia serpeggianti in ogni piega della società americana di fine ‘800, ma appunto ancora straordinariamente fresca e attuale. Gli obiettivi principali sembrano essere la politica e la religione ma ce n’è per tutti i gusti, persino per i vegetariani. Le caustiche definizioni si allargano spesso a piccoli epigrammi dissacranti, a volte diventano ministorie, benché di rado anche con una sfumatura di poesia. Sorprende e diverte che Bierce ne abbia in abbondanza anche per il giornalismo e l’editoria, in una versione che sembra scritta oggi - e che a margine fa riflettere sul fatto che evidentemente il “problema” è sempre stato sentito fin dalle origini, probabilmente a cominciare dalla nascita delle suddette attività: “Aratro: Attrezzo che reclama a gran voce mani abituate alla penna”. Insomma è un testo che non dovrebbe mancare in una biblioteca che si rispetti, che fa divertire, sorridere amaro e riflettere allo stesso tempo. A volte anche con un tocco di malinconia: “Anno: Periodo di trecentosessantacinque delusioni”. E sfogliarlo così, un lemma ogni tanto, fa anche capire perché Ambroce Bierce, un polemista di fine ‘800, sia ancora assai citato e sia considerato il maestro di Hemingway, Groucho Marx e Woody Allen. Alti livelli, insomma.



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