Il dolore

Il dolore

Nessuna novità. Il telefono continua a squillare e di Robert L. nessuna nuova. È morto? È ancora vivo? L’avranno fucilato i tedeschi prima di abbandonare il campo o si è smarrito sulla via del ritorno? Lei non lo sa. Il suo cuore sanguina e il dolore è l’unica cosa che avverte e la fa sentire viva. Anche se lui non tornerà, sarà il dolore a riempire il vuoto che lascerà dentro di lei, neppure D. con le sue attenzioni e la sua incrollabile fiducia può colmare quell’assenza e restituirle ciò che le è stato rubato in questi anni di guerra feroce. Un altro squillo di telefono, all’altro capo è Francois Morland, questo il suo nome di battaglia, dice che forse c’è ancora una chance che Robert faccia ritorno a casa… Si fa chiamare Pierre Rabier ma lei sa che questo non è il suo vero nome, ha un accento difficilmente riconoscibile ma non deve essere francese, gli piacciono i libri, l’arte, aprirebbe una piccola libreria se solo non fosse impegnato a dare la caccia a ebrei, traditori e contestatori politici. Lei lo sa, sa quanto false siano la sua gentilezza e i suoi modi ricercati, sa che non può aiutarla a rivedere Robert L. e soprattutto sa che potrebbe ucciderla da un momento all’altro…

Quando nel 1947 Robert L. – alias Robert Antelme – dà alle stampe La specie umana, il suo racconto della non-vita a Dachau è lo specchio di un orrore che in milioni a quei tempi bui hanno vissuto, ma che in pochi hanno potuto raccontare. Robert L. è l’uomo atteso da Marguerite Duras ne Il dolore, il poeta intellettuale e attivista politico diventato suo marito e internato in un campo di concentramento, ma il Robert che torna dall’ inferno non è più l’uomo che ha conosciuto. È la sua ombra, il rimasuglio di un terribile esperimento chiamato sterminio, un involucro di 38 chili per 178 centimetri in preda a febbre altissima e lucido delirio. Il diario perduto o dimenticato che la Duras ormai matura sostiene di aver ritrovato in una casa di campagna per caso, racconta il dolore (da qui il titolo) e la paura di poter morire in ogni istante in quell’ultimo scorcio del conflitto mondiale, ma narra anche il vuoto profondo al pensiero che la persona amata non faccia ritorno, la consapevolezza che la fine è dietro l’angolo, la disperazione di una donna la cui forza resta ancorata a pochi indissolubili ideali, e come arma usa la scrittura. La seconda parte è dedicata a quel Pierre Rabier del quale il vero nome nessuno ha memoria, cinico giostraio di vita e di morte, carnefice della Gestapo tra le cui fauci la Duras si è ritrovata quasi per caso in una Parigi occupata che prova a rialzare la testa, una città sospesa per quattro anni tra resistenza e collaborazionismo, umiliazione e resilienza splendidamente ritratta nel film del 2017 La douleur di Emmanuel Finkiel, tratto dal libro. Ci sono poi altri racconti sullo sfondo della guerra mondiale e della guerra civile: Albert des Capitales, Il miliziano Ter, L’ortica spezzata. Frasi brevi, prosa intensa e sguardo introspettivo, una cifra stilistica cui la Duras ci ha abituati e che in queste pagine raggiunge una vibrante intensità. Da leggere assolutamente.



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