Il dono di saper vivere

Il dono di saper vivere

Il Melancolia sta in galera da dieci anni, se ne prospettano altri venti. Sta là che fa avanti e indietro tra gli odiati muri, cercando di arginare i pensieri fissi, come può. Per terra ha una pila di libri letti con supremo disordine, dono del suo avvocato; sono il suo unico bene assieme a un vestito che s’ostina a conservare, forse l’unica cosa a cui tenga. Quel vestito è un Dorian Gray, non invecchia: il ritratto di quel Dorian Gray, invece, è il carcerato, è Melancolia, che sta contando le ferite del tempo. In gioventù, aveva sperperato i suoi anni migliori negli uffici di una galleria d’arte, a Roma centro, “in una via così laterale che i passanti sono rarissimi e quei pochi sempre accidentali, gente che vaga o si è perduta”; in quelle stanze passava spesso giornate intere senza incontrare anima viva, finché non trovava il coraggio o forse la rassegnazione per spostarsi dalla scrivania al divano, un divano Arcadia. “Et in Arcadia ego”, si diceva, ingannando se stesso e il suo tempo. Il padrone della galleria era un figuro byroniano, conosciuto nell’ambiente come “l’Inestinto”. Era uno che ben sapeva di avere “fama dubbia” e di suscitare chiacchiere e timori, e non sentiva il peso di quel nome. Era uno che credeva che lo scopo dell’arte fosse vampirizzare il mondo, e che gli artisti fossero un esercito di succhiasangue che sognavano l’inestinzione. “Prendiamo te, per esempio. Hai terminato da poco l’Accademia e sogni di fare l’artista, probabilmente il pittore, eppure eccoti qua, giri per Roma, ti rovini le scarpe nella disperata illusione di convincere qualche segretaria a comprare un’inutile macchina da ufficio”: già, il Melancolia aveva trovato lavoro così, vendendo con scarsa convinzione uno dei primi telefax alla galleria d’arte dell’Inestinto; l’Inestinto lo aveva istintivamente fiutato e istantaneamente riconosciuto e adottato. Quella galleria si trovava in via della Pallacorda, là dove Caravaggio aveva ammazzato qualcuno, scaraventandosi in un epilogo dei suoi giorni rovinoso; quella galleria si trovava proprio là dove aveva amato e vissuto per diversi anni; forse per questo il Melancolia s’era studiato bene diversi passi della sua vita, per raccontarli ai clienti e impressionarli; forse per questo, un giorno, s’era inventato una storia che da tanti era stata creduta, e cioè che lui stava per scrivere un libro su Caravaggio. “Il soggetto era, se possibile, più triviale della pretesa di scrivere un libro. Riguardava la vita e forse l’opera di un pittore maledetto fra i più adorati dalle masse, anzi del più adorato dei pittori, maledetti e non; quello conosciuto con il nome del posto da cui veniva e in cui era cresciuto, un borgo insignificante abitato da gente flemmatica, in pratica l’esatto contrario di lui”. Il Melancolia sparò la storia del suo libro con una certa negligenza, ben consapevole che si trovava in un contesto adatto a certe leggerezze; invece, a partire da quel suo annuncio, sempre più persone s’interessarono a quel famigerato lavoro. Rispondeva a mezza bocca, quando domandavano notizie sulla futura pubblicazione. “Spero presto”, “Forse mai” e giù un risolino nervoso, per schermirsi. Non riusciva a smentire quella storia, o meglio non voleva: in parte perché essere oggetto di qualche curiosità, sulle prime, lo gratificava, in parte perché pensava che, col tempo, tutto si sarebbe ridimensionato. Errore. Lo spettro di quel libro lo seguiva ovunque andasse. Col tempo si sentiva braccato anche per interposte conversazioni. C’era chi parlava di quel libro in sua assenza, come se non ci fossero stati altri argomenti degni. E così, a un tratto, snervato, il Melancolia cominciò a isolarsi. E poco a poco perse il lavoro, quel lavoro durato anni, e non ne cercò un altro. Diventò “uno di quei mezzi uomini senza scopo che scialacquano il tempo a osservare le ore e non si sa di che campano”, e in men che non si dica il mondo intorno a lui cambiò. Perché è il mondo a cambiare, non le persone. “Le persone, al massimo, si rivelano per quello che sono”: e lui si sentiva un inetto, un inetto cronico. Uno che non sapeva vivere. Soltanto, a differenza del Gran Balordo, del suo Caravaggio, la sua mancanza “non era una macchia in una vastità di talenti. Era una macchia in un mare di macchie”...

Il dono di saper vivere è letteratura anfibia: ha elementi romanzeschi, altri chiaramente autobiografici, altri saggistici, altri da trattatello di estetica; è una personalissima lezione su Caravaggio e un severo, crudo esame di coscienza: sull’arte, sulla mercificazione, sul tempo, sul “saper vivere”, sul senso di raccontare le storie, sull’opportunità che vengano raccontate (può essere una maledizione). A un tratto, Tommaso Pincio si smaschera e sgretola la storia speculare del Melancolia: il carcerato con le sue memorie scompare, in scena ritroviamo lo scrittore e pittore capitolino, ben consapevole di avere lavorato per anni, come quel suo alter ego, in un luogo che somigliava alla fortezza del Deserto dei Tartari, in una galleria d’arte in cui non entrava anima viva; e così Pincio ritorna sulle sue giovanili meditazioni caravaggesche, probabilmente infestanti per lunghissimo tempo, cercando di risolverle, o comunque di svuotarsi (direi, a questo punto: pretendendo di sprigionarle). Il risultato è questo insolito libro: figlio di un periodo di intenso ritorno alle origini, per l’artista capitolino, tornato a dipingere dopo un lungo intervallo e tornato a parlare di arti figurative e dintorni come non faceva da un pezzo; la pubblicazione dell’inatteso Scrissi d’arte (L’Orma, 2015), un libro scritto “per cancellazioni”, per usare le parole del suo sodale e mentore, Cortellessa, potrebbe probabilmente aver risvegliato qualcosa di profondo, di irrisolto e di complesso. In questo Il dono di saper vivere c’è più di qualche passo di improvvisa, accecante bellezza, come quando Pincio racconta la Galleria Borghese com’era negli anni Ottanta: “Era come abitare in un eterno novembre, uno di quei giorni di luce livida, quando tutto è stanco e non c’è cosa che non paia avviata al tramonto, sul punto d’accasciarsi al suolo. In quel museo d’autunno, le opere d’arte, imperturbate e imperiture, che fossero statue o dipinti, mantenevano la posizione eretta, restavano verticali. Assumevano la regalità dura d’una lapide, un monolite sceso dallo spazio per sorvegliare il sonno di un popolo imbarbarito. Insomma, ai miei occhi di giovinastro immalinconito e scontroso, l’arte sembrava più bella, più artistica, in quel luogo cadente. Il museo ospitava diverse tele del Caravaggio, ma mi tenevo a distanza da quelle sale [...]”. Altrettanto notevole è quando Pincio si mette a meditare su un’antica e poco nota divinità romana, Murcia, che aveva un tempietto dalle parti del Circo Massimo – quella è una pagina fondamentale per restituire lo spirito di questo lavoro: si parla di Roma, di malinconia, di senso (della vita: dell’arte), di decadenza, di tramonto dell’Occidente; io credo possa rivelarsi, nel tempo, una chiave di lettura privilegiata della labirintica letteratura pinciana.



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