Il dottor Sax

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Jackie Duluoz sogna di sedere sul bordo del marciapiede di Moody Street a Pawtucketville, un quartiere della cittadina di Lowell, Massachusetts. Casa sua. Gli pare di rivivere le domeniche mattina dopo la messa, con i suoi amici Leo Martin o Sonny Alberge a bighellonare vestiti a festa, facendo commenti salaci in dialetto sulle omelie del prete e sputando in terra. È in quei giorni – a pensarci bene – che Jackie ha cominciato a vedere il Dottor Sax: una figura scura nascosta nell’ombra di un angolo durante un funerale, o ai piedi del letto in certe notti senza vento mentre sua sorella faceva il bagno e la madre le insaponava le spalle ascoltando Wayne King a basso volume alla radio. E la porta della cameretta sbatteva e lui chiedeva: chi è stato? (“Qui a fermez ma porte?”) e la madre dal bagno rispondeva: nessuno (“Parsonne voyons donc!”) e Jackie allora tremava di paura. E nel sogno gli pare di volare come un uccello su Lowell, attorno all’orologio della City Hall, sui neon del ristorante cinese di Kerney Square, sulle teste delle persone, sul maestoso fiume Merrimac (“Avevo il terrore di quelle onde, di quelle rocce”), sui boschi in cui viveva il Dottor Sax, dalle parti di Dracut. E nel sogno ci sono giganteschi serpenti che come dèi preistorici attendono nascosti sottoterra il momento di riprendersi il mondo, ci sono vampiri che vanno a caccia degli abitanti di Lowell, ci sono ragazzi che giocano, negozi, scuole e una frase che a Jackie rimbomba nella testa: “(…) non sarai mai felice come sei ora nella tua ovattata innocente immortale notte divoratrice di libri dell’infanzia”…

Scritto nell’arco di dieci anni a partire dal 1948 inizialmente con intenti puramente autobiografici e nostalgici e poi – sotto l’influenza di William S. Burroughs, mentore letterario e pusher – con un’impostazione più sperimentale e “lisergica”, Il dottor Sax è quello che Jack Kerouac riteneva il suo libro più bello. Forse aveva torto e si faceva guidare nel giudizio solo dall’affetto, ma si tratta comunque – oltre che di un esempio di grande tecnica letteraria – di uno strumento utilissimo per comprendere meglio la cosiddetta Beat Generation, un movimento che più di altri soffre di una immagine standardizzata basata su poche opere-cardine citate e analizzate fino alla noia, che finiscono per relegare ingiustamente in secondo piano altre sperimentazioni di grande interesse. È appunto il caso di questo romanzo asimmetrico e bizzarro, che esplora il tema universale della perdita della “magia” dell’infanzia nel passaggio all’età adulta dando a quella “magia” non la dimensione di una metafisica del cuore, ma i connotati di un’avventura in cui sghembi eroi/antieroi combattono mostruose entità che minacciano la quotidianità di una cittadina di provincia (proprio quella dell’infanzia di Kerouac). Questa “guerra segreta” (e uso questa espressione non a caso, come ad alcuni non sfuggirà) procede di pari passo con eventi più consueti, pianamente autobiografici, che quasi fanno pensare agli adolescenti di John Fante e alla loro America operaia e ferita. La traduttrice Magda De Cristofaro – peraltro, va detto, alle prese con un compito assai difficile – non conosce i fumetti americani ai quali Kerouac fa continuamente riferimento e perciò ci regala diverse “perle” che faranno scuotere la testa agli appassionati di comics, ma nel complesso riesce a cogliere il gusto di una storia che somiglia più a un sogno che a un ricordo.



 

 

 

 
 
 
 

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