Il Duka in Sicilia

Il Duka in Sicilia
Anni ’70. Jato, cittadina della provincia di Palermo, pullula di personaggi particolari. La rivoluzione culturale del ’68 sembra non aver toccato minimamente la vita “tranquilla” dei cittadini devoti al patrono. Woodstock non è ancora stato valutato per la sua reale portata e fervono i preparativi per Pop ’70, il festival musicale evento dell’anno. Grande attesa anche per la festa patronale di San Calò, il santo “negro”, organizzata dall’attivissimo Padre Rocchè. Rosario, conosciuto negli States come Roy Scott, fa il suo ritorno, tutt’altro che trionfale, nel piccolo paesino del palermitano. Il motivo? La morte del padre Vito. Sono passati anni dalla sua fuga, dal momento in cui una lite furibonda con il fratello Pino, secondo voci di popolo (e non solo) scatenata da una “femmina”, l’aveva spinto a cercare fortuna nel paese dei sogni, gli Stati Uniti, seguendo una passione viscerale per la musica, per la precisione per il jazz. Uno stile di vita e uno stato d’animo più che un genere musicale. Adesso che il rispettato Don Vito ha abbandonato la Terra, dopo aver tentato invano di far riappacificare Caino e Abele, Rosario deve fare i conti con il passato. E stavolta la fuga non è concepita. Il suo ritorno in paese anima Padre Rocchè: bisogna organizzare un festino in onore di San Calò, ma soprattutto per risollevare le sorti della sua parrocchia, racimolando le offerte delle anime buone e pie. Una festa in gran stile, con l’aiuto del discutibile impresario discografico Miranda. Intanto Rosario mette su una banda musicale un po’ sgangherata per accogliere l’arrivo di un ospite internazionale: il fantomatico Duka, Duke Ellington, jazzista di fama mondiale. Almeno così si dice. C’è anche il confronto con il fratello Pino e con l’ex donna amata, Maddalena, diventata ormai cognata. Si intrecciano contemporaneamente le storie del sindaco Sciortino, della figlia mentalmente instabile Margherita, che si infatua di Rosario, e di tutti i cittadini.  Sullo sfondo, una Sicilia che, festini e litigi familiari a parte, deve fare i conti con una cultura ancora segnata dalla sua piaga storica: la mafia…
Nel romanzo di Vittorio Bongiorno, Il Duka in Sicilia è solo il pretesto per raccontare le vicende dei personaggi, una cornice che unisce storie e sentimenti. Un romanzo folkloristico sia nei personaggi, siciliani doc con tutti i pregi e i difetti del caso (per niente stereotipati), sia nell’ambientazione. Il festino in onore del patrono per i siciliani (si sa), al di là della fede spesso discutibile, è una scusa per mostrare l’immagine di cittadini modello e devoti, per sottolineare il benessere del paese, l’unione solidale e l’impegno dei singoli. La cosiddetta “mala figura” agli occhi del santo e del mondo intero non è assolutamente concepibile, anche se si tratta di superficie, vetro che oscura problemi e questioni assolutamente da ignorare. Tra le pagine de Il Duka in Sicilia si accavallano tipi caratteriali e, con uno stile linguistico e narrativo assolutamente calato nel contesto, Bongiorno dipinge fatti, li analizza e fa venire fuori il vero spirito siciliano. Un romanzo mai pesante dal punto di vista delle battute e degli intercalari in dialetto, che sono sempre al posto giusto (perché una sola parola in siciliano spesso riesce a condensare un pensiero molto più complesso). Il Duka passa in secondo piano rispetto a tutti i personaggi, che si incontrano e si scontrano in un romanzo organizzato come un brano musicale (Intro, Tema, Assolo, Finale e Reprise), pieno di ritmo e frequenza. Proprio come un brano jazz. Non può mancare la battuta finale, rivelatrice di una tipica qualità siciliana: la capacità di arrangiarsi. E chissà se il celebre Duka arriverà mai a Jato.

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