Il falò delle vanità

Il falò delle vanità
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Sherman McCoy ha tutto. Da quando Wall Street è divenuta teatro di speculazioni ultrarischiose aprendo la strada a giovani rampanti amanti della finanza creativa, è pieno di persone come lui. Lavora alla Pierce & Pierce e ha il mondo ai suoi piedi. È un padrone dell’universo, con moglie, figlia, amante e cane al seguito. Tutti lo invidiano e lo rispettano, o meglio, invidiano e rispettano il suo conto in banca a tanti zeri, la sua casa nel cuore di New York e il suo impiego prestigioso. Sembra che niente possa scalfire il suo sorriso bianchissimo ma a volte basta sbagliare strada e finire nel posto peggiore della città per vedere la propria vita completamente capovolta…

Celebrato a ragione come uno dei romanzi che meglio riescono a fotografare la patinata ed edonistica avidità degli anni ’80 (assieme ad American Psycho, il cui protagonista lavora presso la stessa, immaginaria società di McCoy, e a La famiglia Winshaw), questo enorme affresco newyorchese brulica di personaggi ambigui e loffi, portatori di egoismi e velleità turbinanti in un calderone di indifferenza, insincera pruderie e ambizione smodata. Fra le maschere che popolano Il falò delle vanità, attizzato da una penna ora ironica ora paternalistica, nessuna riesce a fuggire il proprio annientamento morale e Sherman McCoy, vacuo protagonista colpevole di aver contribuito alla morte di un ragazzo del Bronx, è solo la punta di un iceberg destinato a sciogliersi. Non è migliore la figura che fa il forcaiolo procuratore Kramer o il tutt’altro che religioso reverendo Bacon, per non parlare dell’arrivista Maria Ruskin, amante di McCoy, e del giornalista Peter Fallow, a un passo dal licenziamento fino al momento in cui è piovuta dal cielo la notizia giusta. Le tessere del mosaico di Wolfe rivelano, tra qualche calo di ritmo narrativo di troppo, una decade ambigua e contraddittoria, nella quale superficialità e avidità rappresentano l’unico credo. Una decade di decadenza? Forse.



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