Il ferro da stiro

Il ferro da stiro
La vita tranquilla da pensionato dell’ex magistrato Carlo Petri è travolta con cadenza bisettimanale dal ciclone Assunta, energica donna delle pulizie che però non stira. E decisamente anche sua moglie Anna non è quel che si dice una provetta stiratrice; da un elettrodomestico forse difettoso o forse capriccioso che deve essere riparato, prende il via l’indagine. Complice involontaria è proprio la signora Anna, che scorge delle minuscole macchioline sul ferro avuto in sostituzione di quello capriccioso: sangue rappreso o ruggine? Senza esitazioni Petri coinvolge il commissario Miceli, che acconsentendo a condividere i sospetti, si prepara a lasciare il servizio attivo aiutando il suo ventennale amico nella ricerca di un possibile omicida. La conferma dalla Scientifica che si tratta effettivamente di sangue mette in moto la ricerca, che non è affatto semplice per due ragioni: la prima è che il ferro è stato acquistato da uno ‘svuotacantine’, attività che non sempre segue regole ferree nell’identificazione dei clienti/venditori; la seconda - forse ancora più difficile da superare - è la totale mancanza di un cadavere. La squadra Miceli-Petri gode però di un lungo affiatamento e soprattutto dell’incrollabile certezza che qualora ci fosse un reato, il colpevole deve essere punito. A fare da contorno all’indagine ci sono le vicende personali e coniugali dei protagonisti, vittime entrambi della gelosia delle rispettive consorti, coalizzate contro la bella ispettrice Grazia Bruni, occhi verdi incorniciati da una massa di capelli rossi che diventerà commissario quando Miceli da lì a pochi giorni lascerà la Questura, ed evidentemente colpevole di essere una bella e giovane donna e di mostrare un certo interesse, nonostante la differenza d’età, nei confronti dell’ex magistrato. Un’indagine complessa che porterà a inseguire svariate piste, avidi nipoti, badanti rumene e muratori alcolizzati…
Ci sono più cose che stridono in questo romanzo: per continuare la metafora direi che il contorno è troppo abbondante e in molti punti il sapore nasconde quello della portata principale.  La vicenda gialla è troppo spesso messa in ombra dalle minuziose descrizioni, che sfociano quasi in un’analisi dei rapporti coniugali, specialmente del Petri e della sua figura che a mio parere rivela una serie di contraddizioni. Mi sono trovata troppo spesso nel corso della lettura a inseguire i pensieri del Petri a proposito delle sue abitudini, le molte sigarette e il secondo ritorno alla pipa, la propensione ad eccedere nel consumo di vino, il compiacimento un po’ gigionesco nel constatare che nonostante l’età ha ancora un certo ascendente sulle donne, la dichiarata posizione politica che si esplicita nel ricordo commosso di Luigi Magri (fondatore de “Il manifesto”, morto suicida in Svizzera lo scorso anno) e infine la quasi esasperante pignoleria del Petri nei dialoghi – spiegata in un’intervista dall’autore come una sorta di reazione all’insicurezza – e la destabilizzante constatazione della facilità con cui un ex magistrato viene “accontentato” nella richiesta di pratiche costose e complesse, come la riesumazione di un corpo a seguito di un sospetto. Un libro insomma per lettori non troppo esigenti in quanto a plot e ad adrenalina, che amano più le atmosfere che l’indagine vera e propria. Atmosfere nello specifico tipiche di una provincia nebbiosa che a voler essere cattivi richiamano un po’ troppo altre atmosfere, altre province, altri commissari. 

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