Il feudo

Il feudo

Jonas è un bravo pugile, ma non è un atleta. Iks vende fumo e si vanta di avere sempre la migliore scelta. Anche Untel fa affari col fumo, ma non solo con quello, è un abile incantatore, di quelli che trufferebbero anche gli amici. Poto è un rapper, scrive testi sgrammaticati ma d’effetto, con le rime ci sa fare. Truc non si vede spesso. Studia in città e fa il pendolare e anche se rimane uno del gruppo, è ormai proiettato verso un’altra idea di stare al mondo. E poi, ci sono Habib, Sucré e Miskine. Si conoscono sin da quand’erano bambini e adesso, che non sono più adolescenti, ma non si considerano ancora adulti, si incontrano per trascorrere giornate disimpegnate a fumare, giocare a carte o alla playstation. Il cinque, baci e pacca sulla spalla. Poi, cartine, fumo, birra, carte, guantoni e pugni. Ogni giorno ha i suoi rituali, come le canne da rollare, costanti e ritmati, come il tic tac dell’orologio. Ma nulla e nessuno procede in avanti, né resta indietro. Truc prova a stimolare il gruppo, ma le sue domande sono come un paio di scarpe scomode indossate in discoteca. Iks, in verità, si è lanciato in un nuovo progetto di giardinaggio. Rivolge le sue amorevoli cure a una pianta di Cannabis, ma è solo per uso personale e per gli amici. Jonas si vede regolarmente con Wanda. Lei ha pianificato la sua vita per i prossimi cinque o sei anni, e lui non è in quel piano. Con Jonas è solo sesso, appagante, benché sterile...

In un luogo indefinito, ma che potrebbe essere la piccola città di Nemours – paese natale dell’autore a un centinaio chilometri da Parigi – troppo verde per essere “feccia suburbana”, troppo cemento per considerarsi campagna, David Lopez ha immaginato la vita immobile degli otto amici in quell’età di mezzo che non è più gioventù spensierata, né età adulta. Non intende dare lezioni di morale, né emettere giudizi di valore, ma da bravo sociologo, Lopez osserva e registra la vita dei ragazzi come fossero pesci in una bolla, dentro alla quale – come dice Jonas – “si deve rendere conto soltanto alla parte più condiscendente di sé, quella che approva tutto”. È un micro-mondo in cui gli adulti, i genitori sono un’ombra, incapace di avvicinarsi e sfiorare le esistenze di questi figli, privati dell’adrenalina che mette l’acceleratore ai progetti di vita, ai sogni giovanili. Opera prima dello scrittore francese, il romanzo si è aggiudicato nel 2018 il Prix du Livre Inter e il Premio Fondazione Primoli. La scrittura che caratterizza e impreziosisce il testo, squisitamente iperrealista, sembra un lungo pezzo rap, cantato dalla voce narrante di Jonas. Gli scambi sono rapidi e d’effetto, merito anche della traduzione di Marina Di Leo e Giulio Sanseverino, che ha reso in modo efficace gli accenti gergali.

LEGGI L’INTERVISTA A DAVID LOPEZ



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