Il figlio perduto

Il figlio perduto

Giuseppe Giudici oltrepassa i cancelli dell’Ospedale psichiatrico di Mombello in una uggiosa mattina di settembre del 1933, Anno XI dell’Era Fascista. Solo ventuno anni, una piccola valigia di pelle che possiede da quando – ancora bambino ‒ era entrato in collegio, Giuseppe chiede di essere ricoverato di sua spontanea volontà “essendo cosciente del proprio stato di salute di alienazione parziale di mente”. Ma non è solo l’epilessia ad affliggere Giuseppe – che nonostante le crisi abbastanza ricorrenti è riuscito a studiare lingue e letterature straniere all’università – è la solitudine, angosciante, che lo affligge sin dall’infanzia: niente casa, niente famiglia, niente affetti. Il direttore di Mombello, il professor Luigi Lugiato, dopo qualche incertezza acconsente al ricovero e, visti gli studi del giovane, decide di trovargli un piccolo impiego in biblioteca, certo che il lavoro possa alleviare le lunghe giornate all’interno dell’ospedale psichiatrico. In effetti, Giuseppe si accorge ben presto che la vita a Mombello è scandita sempre dalle stesse attività che si susseguono giorno dopo giorno in un rituale rassicurante ma al tempo stesso di una noia mortale. “Il mondo esterno quasi non esisteva. Fuori non si faceva altro che parlare del Duce, di politica, di tedeschi, russi e americani, ci si preoccupava di Carnera, Cesarini e Beniamino Gigli, d’amore e di crisi economica. Là dentro, invece, non sembrava importare più niente a nessuno”. Dopo quasi due anni trascorsi in ospedale, una mattina Giuseppe – che ormai aiuta quotidianamente Lugiato a gestire la mole di scartoffie accumulatesi in direzione – trova in ufficio due uomini in uniforme fascista con il fez stretto in mano. Stanno discutendo con il direttore riguardo ad un nuovo paziente arrivato col direttissimo dall’ospedale militare di Taranto. “È il giovane a chiedere di essere ricoverato, professore. Dava segni di disturbi psichici, capisce? Come la madre, che è rimasta rinchiusa al San Clemente[...] E mi raccomando, nessun contatto con l’esterno”...

Editore (Hesperus Press e Alma Books), traduttore e scrittore, Alessandro Gallenzi vive da oltre venti anni a Londra, dove ha già all’attivo tre libri scritti in inglese e dove si fa promotore della cultura italiana in Gran Bretagna pubblicando, fra gli altri, anche un vasto repertorio di classici della letteratura italiana. Ne Il figlio perduto – il primo scritto in italiano – Gallenzi rispolvera la storia poco conosciuta di Benito Albino Bernardi, figlio illegittimo del Duce e di Ida Dalser. La vicenda è narrata attraverso gli occhi di Giuseppe Giudici, personaggio inventato e narratore interno, ricoverato come Benito presso l’ospedale psichiatrico di Mombello. Sorto nel 1872 accanto alla villa settecentesca Crivelli-Pusterla – scelta da Napoleone per proclamare la Repubblica Cisalpina – arrivò ad ospitare anche tremila pazienti contemporaneamente e, con il suo muro di cinta alto due metri, è entrato nell’immaginario collettivo come un posto spaventoso, dal quale era impossibile fuggire (“se non fai il bravo, ti porto de la del mur”). È all’interno di questo microcosmo, protetto e apparentemente sospeso nello spazio e nel tempo, che Gallenzi racconta attraverso la finzione narrativa – ma non senza un’accurata ricostruzione storica – la vita del figlio del Duce; così simile, anche fisicamente, al padre e così solerte nel rendere manifesta l’identità del genitore da finire vittima del regime. Benito Albino, proprio come la madre internata nel manicomio veneziano di San Clemente, è un personaggio scomodo, da cancellare dalla Storia, del quale si parla come se fosse un numero – totalmente disumanizzato – e che verrà dimenticato in una cella fin quando non morirà per consunzione. Quel palazzo, che avrebbe dovuto proteggere dal mondo esterno, si dimostra quanto mai simile alla cupa realtà che rumoreggia al di là del muro di cinta: la follia di Mombello è la stessa della guerra alle porte e della la violenza del fascismo. I figli perduti sono tutti quelli che – come Benito Albino – sono stati internati e fatti sparire (come anche tanti oppositori al regime che all’interno dell’ospedale avevano trovato un nascondiglio sicuro) o che sono stati mandati a morire in un conflitto voluto dalla stoltezza di pochi. Ma sono anche tutti quelli che fra quelle mura – come fra le tante, troppe, abbattute solo nel 1978 – hanno sofferto e perso la propria dignità; un’angoscia che chi si ritrova a passeggiare per i corridoi di Mombello (ormai abbandonato e meta di gite organizzate) scansando cocci, vecchie lastre e ciabatte consunte, può ancora percepire.



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