Il filo di Marianna

Il filo di Marianna

È il 18 dicembre del 2006, Marianna è nella cucina della sua casa di campagna, è mattino e fa colazione. Nizar, colui che lei considera il suo principe, è andato a fare la spesa. Nella casa c’è anche Agnese, ventenne che dorme ancora. Perché Agnese è lì? Perché Marianna era la migliore amica di suo padre e di sua madre. E sarà proprio Marianna a dover raccontare alla giovane dei suoi genitori. Della morte prematura del padre, Michi, e dello smarrimento di suo madre e della sua fuga in America. Inizia così per Marianna un lungo rimuginare nel passato, una battaglia con un profondo senso di nostalgia. Seguendo a ritroso il filo dei ricordi si ritrova catapultata il quel fatidico 1986, precisamente l’anno nel quale tutto cambiò. E rivede quella mattina piovosa: lei, sola in casa, intenta a scrivere quando le si palesano, senza preavviso alcuno, i suoi padrini letterari, Hemingway e la Yourcenar. Sì, proprio loro. Allucinazione? No, pare proprio di no. E comunque, nel dubbio, Marianna lasciò che la sua allucinazione “si mettesse a proprio agio” giacché lei di quei due aveva proprio bisogno…

Una dolce malinconia nasce dalle pagine dell’autrice napoletana quella stessa che accompagna, quasi sempre, i viaggi nel mondo dei ricordi. Marianna è oramai una donna anziana, limitata nei movimenti, si guarda nello specchio e vede ciò che è stata: una donna in fuga, una sognatrice che con la sua schizofrenia onirica riesce, in qualche modo, a salvarsi: dal dolore, dalla disperazione, da ferite troppo profonde. Se un mondo, quello reale, non basta bisogna crearsene un altro intriso di letteratura e di cinema che, alla fine, diviene quasi vero e tangibile. Solo l’immaginazione ‒ fervida non c’è dubbio ‒ poteva garantirle di sopravvivere e tentare di assemblare i pezzi, spigolosi e taglienti, della sua vita frastagliata. Sono tentativi, è vero, perché alla fine siamo soli e la solitudine non è mai divisibile o condivisibile. E, forse, non è mai possibile fuggire davvero da un dolore. Perché il dolore ci attraversa sempre e comunque, come dirà Marianna. Malinconico, doloroso, Il filo di Marianna “shakera” realtà e immaginazione così convulsamente che, alla fine, tutto pare possibile: anche preparare un tè per Hemingway.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER