Il filo di mezzogiorno

Il filo di mezzogiorno

Da Catania, a soli sedici anni, Goliarda si trasferisce a Roma per frequentare l’Accademia d’Arte Drammatica grazie a una borsa di studio. La sua dizione è pessima e dopo tre mesi con un esame deve dimostrare di essere migliorata altrimenti, senza quel fondamentale sostegno, dovrà tornarsene in Sicilia. Ma Goliarda è tenace, impara la tecnica, si sottopone a esercizi continui che la portano a migliorare e a confermare il contributo per i suoi studi (successivamente sarà attrice di teatro e di cinema per un breve periodo). Anni dopo Goliarda soffre di depressione, aggravata da una forte insonnia che lei cerca di contenere facendo ricorso a quantità sempre più ingenti di sonniferi. Una notte infatti, non potendone più, desiderando solo dormire, assume una quantità smisurata del farmaco, entrando in coma. Nonostante sostenga di non aver voluto uccidersi viene ricoverata e sottoposta a elettroshock senza risultato. L’analista che successivamente la prende in cura si assume la responsabilità della dimissione dall’ospedale della donna e per tre anni si incontrano a casa di lei per parlare (la talking cure, il metodo di cura ideato da Sigmund Freud). Goliarda è confusa, non riesce ad avere un’idea precisa di tempo e spazio, stabilisce inizialmente un rapporto negativo con il dottore, lo critica, lo chiama fascista ma poi, mano a mano che la cura procede e si stabilisce quella che viene chiamata tecnicamente l’alleanza terapeutica, Goliarda comincia ad affidarsi a lui…

Questo romanzo autobiografico e testimoniale racconta dell’esperienza fatta in prima persona da Goliarda Sapienza, dei benefici avuti grazie alla terapia psicoanalitica e dei danni causati più dall’elettroshock a cui era stata sottoposta (in quegli anni era una pratica usata facilmente in psichiatria) facendole perdere la memoria, che da patologie pregresse. L’autrice attraverso le parole che pian piano riuscirà a dire al suo psicoanalista metterà in atto un vero e proprio percorso conoscitivo attraverso la ricostruzione della sua vita, dalla partenza da casa a Catania per frequentare l’Accademia di Arte Drammatica alla sua relazione con il regista Citto Maselli, dalle persecuzioni fasciste alla paura di impazzire come era successo alla madre. Attraverso la cura emergerà la sua consapevolezza personale e politica con riflessioni sulla condizione della donna. Il secondo romanzo di Goliarda Sapienza, pubblicato per la prima volta nel 1969, rientra nella più ampia categoria del memoir. Nelle intenzioni dell’autrice il romanzo doveva far parte di un ciclo autobiografico iniziato con Lettera aperta, progetto che però si interruppe quando Goliarda iniziò a dedicarsi alla scrittura de L’arte della gioia, il suo capolavoro finito di scrivere nel 1976, con prima parte pubblicata nel 1994 e l’edizione integrale solo nel 1998. Il filo di mezzogiorno è quindi un romanzo che cerca di far diventare letteratura la realtà di un trattamento psicoanalitico, facendo emergere una descrizione precisa della cura, con tutta la sua valenza scientifica, le sue contraddizioni e il profondo significato.



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