Il filo e le tracce

Il filo e le tracce

Distinguere il vero dal falso e dal finto è sempre stato un passaggio cruciale - nel bene e nel male - nell’esercizio dell’analisi e della ricostruzione storica. Passare dal culto per le fonti - una vera e propria liturgia del fatto storico - ad un metodo meno rigoroso, volto più a raccontare che a documentare, ha quasi cambiato le prospettive della disciplina che è passata progressivamente da essere “storia universale” alla cosiddetta “microstoria”, la storia evenemenziale di Fernand Braudel concentrata sull’analisi di fatti piccoli e apparentemente marginali che però assumono ugualmente valore di portata universale. Un passaggio che ha cambiato forse radicalmente il modo stesso di fare ricerca storica innescando una dicotomia tra il metodo che si sceglie per la ricerca e la verità che si vorrebbe appurare. Allo stesso modo diventa fondamentale capire chi o cosa possa “fare” storia. Può, ad esempio, la letteratura? A modo suo, sì, può, attraverso il romanzo storico in un mélange di finzione e fatto storico (immaginate Il conte di Montecristo o, ancora, I promessi sposi all’interno dei quali assistiamo a vicende totalmente inventate sullo sfondo di fatti storici pienamente documentati). Questo però pone criticità molto forti in merito all’autenticità e pone allo storico di professione quesiti emblematici sul rapporto che sussiste tra la verità storica puramente positivista - che è in tutto e per tutto narrazione storica - e la narrazione di finzione, puramente esornativa. Come marcare il confine tra questi due approcci che spesso rischiano di sfumare uno nell’altro; come riuscire a districarsi nell’intreccio che unendo la filosofia, la letteratura, l’antropologia alla critica storiografica ed alla metodologia storica fa sì che “la finzione, nutrita dalla storia, diventa materia di riflessione storica”?

Carlo Ginzburg si presentò al pubblico degli addetti ai lavori come un innovatore rispetto al modo di pensare l’analisi storica e le metodologie di ricerca legate a questa disciplina che, più di altre, è esposta alle insidie del falso e del fallace. Il filo e le tracce è una raccolta di 13 saggi che costituiscono la summa dei suoi interessi storiografici e pure nella logicità degli argomenti, non ci troviamo davanti ad un testo di facile interpretazione. Si parte dalla storia antica per ancorarsi a quella contemporanea, mantenendo sempre univoco il filo del discorso sul valore reale della veridicità delle fonti dei fatti che si ricostruiscono e sul rigore etico e morale dello storico nel vagliarle e utilizzarle praticando il costante esercizio del discrimine tra vero (i fatti nudi e crudi), falso (la narrazione che indebolisce la veridicità dei fatti) e finto (la mistificazione esacerbata nella narrazione dei fatti) laddove questi tre elementi si intersecano nel momento stesso in cui si esplicitano e si sovrappongono. Da Auerbach a Croce, a Marc Bloch, Momigliano e Fernand Braudel, passando per Flaubert, Tolstoj, Stendhal, Montaigne e Voltaire Ginzburg ci propone una riflessione approfondita sul valore ultimo della realtà, della verità e della razionalità rispetto alle costruzioni archetipiche di “storie false” - volendo prendere a prestito il titolo di un altro saggio che affronta più o meno la stessa tematica, La storia falsa di Luciano Canfora - costruite su sovrastrutture ideologiche che sono diventate elementi di passaggio per raccontare la “storia vera”. Pensate, ad esempio, al grande falso dei protocolli dei Savi di Sion o le inesistenti prove architettate a dovere nel caso dell’affaire Dreyfus: menzogne che sono, esse stesse, diventate storia.



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