Il filo infinito

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Quant’è precaria, in bilico e tratteggiata quest’Europa del Ventunesimo Secolo! Mai come oggi fragile, indifesa, un affresco che sta sbiadendo a causa delle velleità identitarie che ciascuno Stato reclama per sé, in nome però di un’unità ostentata solo sulla carta; paradossalmente più divisa oggi, senza frontiere, che al tempo di Benedetto da Norcia, santo protettore d’Europa e fondatore dell’ordine dei Benedettini. Si deve a lui e ai suoi successori il salvataggio di un’Europa invasa, allora sì e veramente, dai barbari e tormentata dalla violenza e dal caos seguito alla caduta dell’Impero romano. Un lavoro secolare di cristianizzazione, umile, metodico, e di trasformazione della terra seguendo la regola ora et labora, nel silenzio che preserva la parola buona, la separa da quella dannosa, inutile e avvelenata. Una regola rimasta inalterata all’interno dei monasteri benedettini sparsi per l’Europa. Una rete di presidi uniti da un filo invisibile, guidati da un abate e fondati sulla convivenza tra uomo e uomo, tra uomo e natura, tra uomo e Dio in equilibrio perfetto. Una vita monastica costruita sull’operosità, sullo studio, sul rispetto per la terra, esempio fulgido di come si debba e si possa ragionare e di conseguenza agire per recuperare i valori, i pensieri e uno stile di vita che unisca i popoli europei anziché dividerli sempre più. I punti nevralgici di questa rete sono molti, diversi uno dall’altro perché nati da terre diverse, ma uguali nello spirito e nel rispetto della regola benedettina. Da Praglia, in Provincia di Padova e poi su, verso ovest e l’abbazia femminile di Viboldone, in Lombardia. E ancora Muri Gries in Sud Tirolo, San Gallo in Svizzera, e poi i monasteri in Francia, Belgio, Ungheria. Infine, Camerino nelle Marche e l’isola di San Giorgio a Venezia, chiusura di un anello che sa di cura, medicina e salvezza per quest’Europa malata di individualismo…

Rispetto dell’individuo, ascolto della comunità intera, condivisione delle responsabilità. Sono questi i princìpi della regola benedettina che insegna la convivenza e che dovrebbe, e soprattutto potrebbe, essere applicata su scala europea per qualsiasi tipo di interazione sociale. Paolo Rumiz, viaggiatore e scrittore, osservatore del mondo, intraprende il suo viaggio personale attraverso le abbazie benedettine seguendo il filo invisibile che un tempo guidava i pellegrini e i monaci. Lo scopo è, come sempre, quello di capire e imparare. Capire come mai questa Europa non funziona. La sua è prima di tutto una ricerca personale, che parte dall’esigenza di darsi una risposta e dare una risposta alle generazioni che vengono. Ma per poterlo fare occorre vedere. Vedere per conoscere. Questo è il senso del viaggio: l’esperienza che concede risposte. Nel corso del pellegrinaggio, davanti agli occhi dello scrittore, sotto ai suoi piedi, si rivela quella che è la vera sostanza di un territorio e di una identità europea lontana anni luce dall’identikit disegnato a Bruxelles. Le abbazie visitate sono luoghi protetti, che conservano il tempo così come dovrebbe essere, sono la dimostrazione che la convivenza è possibile, che le parole pronunciate dalla politica sono fuorvianti, doppie nel significato, subdole. Dentro alle mura benedettine la storia è ancora presente, così come le rondini che volano sopra i loro tetti. L’ascolto dell’altro è la prima cosa che abbiamo dimenticato. Abbiamo perso la dimensione reale che abitiamo ma che la disinformazione, la tecnologia e il denaro ci hanno nascosto. Non è necessario essere cattolici per comprendere che la regola benedettina può funzionare sempre, perché i principi sono condivisibili, non discriminanti. Ma per poterli applicare, per comprendere la loro forza, bisogna tornare all’essenziale, al silenzio, all’umiltà dell’ascolto.



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