Il fioraio di Perón

Il fioraio di Perón
Ditelo coi fiori. Fiordaliso per l’amicizia, ortensia per la diplomazia, il poco resistente ibiscus per un accordo traballante, il girasole per l’adulazione, la stella alpina per dimostrare al nemico che non si ha paura di niente. Cosimo Guarrata ha dovuto aggiungere al suo talento la capacità di interpretare il pensiero politico e la volontà di governo nel momento in cui prepara un allestimento floreale per qualche grande evento. Perché lui, un tano, non si è rassegnato al destino di miseria di tutti gli altri immigrati italiani. Quelli che puzzano, che stuprano, che rubano. O almeno così dicono per le strade di Buenos Aires. Lui, dopo la dura, inevitabile gavetta, non solo ha trovato una bella moglie portoghese, ma è anche diventato “ el florista oficial de la Casa de Gobierno”, un ruolo che sembra immune all’avvicendarsi di capi politici e colpi di stato, ma che non gli ha impedito di affezionarsi a Perón e a sua moglie Evita, la paladina dei diseredati fino al suo ultimo giorno di vita. L’unico, prima di diventare presidente, ad averlo aiutato a spostare i sacchi di terra; l’unico per la cui deposizione abbia realmente sofferto, seppure in silenzio. Forse non abbastanza in silenzio però, se a riscoprire la sua storia, profondamente legata a quella dell’Argentina, è stato il nipote Alfredo, giunto a Buenos Aires  per rintracciare la misteriosa eredità, mai arrivata ai parenti italiani, del fioraio di Perón...
Sembra di sentire l’odore acre del sangue tra il profumo delle composizioni floreali di Cosimo Guarrata: quel sangue bovino che ha dato il nome e il colore alla Casa Rosada, quello delle tante persone stritolate nei traumatici cambi di regime dell’Argentina di ieri, o quello degli immigrati, merce facile da far passare per avariata e far scomparire. Alberto Prunetti ha potuto contare su una parte della sua vera storia familiare per dare vita al fioraio italiano a Buenos Aires; gli è stato facile ricostruire dai suoi racconti e dalle sue lettere quella terra promessa per disperati che era il Sudamerica: coi suoi scontri tra immigrati in una continua lotta tra poveri - un tema di riflessione attualissimo per altro così come la diffidenza degli autoctoni - la bellezza imponente dei paesaggi e la musicalità che strisciando fuori dai quartieri malfamati è riuscita comunque a diventare poesia. Ma è interamente suo il merito di aver dato vita a un nitido intreccio della dimensione personale con le vicende politiche: perfettamente comprensibili anche a chi non sa dove cercare l’Argentina sulla carta geografica, filtrate da una prospettiva “popolare”  questo libro stimola sicuramente l’interesse a conoscere meglio questo Paese che un po’ abbiamo contribuito a costruire. Magari partendo per un lungo viaggio, alla ricerca di storie di parenti lontani.

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