Il fruscio dell’erba selvaggia

Il fruscio dell’erba selvaggia

Milano. Lo zio del seminarista si è suicidato. Quell’uomo di sessant’anni, piuttosto rinsecchito, è salito sul ramo di un albero del quartiere Bovisa, si è legato le caviglie e mettendosi a testa in giù si è sparato. Sono passati quindici anni da quando lo zio ha abbandonato moglie e quattro figli. Ha lavorato come magazziniere e poi è andato in galera, perché coinvolto in una rapina. La zia non vuole saperne di ritirare i suoi effetti personali e chiede il favore al nipote, il seminarista. Il ragazzo a quello zio vuole bene e se pur malvolentieri accetta. Raccoglie le poche cose da dare ai suoi figli, quelle che trova in casa e poi rovista in macchina, dove rinviene una busta gialla contente dieci milioni di lire. La scritta sulla busta riporta un indirizzo e un nome: Flora Antinori… Milano, 1991. Abele da qualche giorno è ricoverato in ospedale: si è fatto male a una gamba ed è in attesa di essere operato. Ha fatto amicizia con Massimo, un altro paziente, molto simpatico, anche lui si è fatto male, al dito però. Massimo fa il camionista, ma non è stata sempre sui camion la sua vita. L’uomo si confida con Abele, gli parla dei giri in cui è entrato, quelli della malavita e dai quali è uscito dopo aver conosciuto la galera. Massimo da un paio d’anni ha messo la testa a posto e ha sposato Eleonora, la figlia di un macellaio di Vigevano. È pentito Massimo per non aver ascoltato i consigli di quel frate, quello dell’istituto dove viveva da ragazzino. “Parlami ancora di quel frate” dice Abele. “Io forse lo conosco!”… L’auto della polizia è fuori dall’istituto per orfani e per matti. Sono venuti per prendere Massimo, quel ragazzino che il frate sta cercando di redimere, quel bambino che sta cercando di mettere sulla buona strada e si era quasi illuso di esserci riuscito. Non può aver commesso una rapina, il frate non ci crede e tenta di salvarlo, dicendo ai carabinieri che il ragazzino in quel momento era con lui e non può essere colpevole. Non gli credono e lo portano via lo stesso. Il frate è disperato: fruga tra le cose di Massimo e nella rimessa trova una borsa con i soldi. Li brucia tutti…

Il fruscio dell’erba selvaggia è il drammatico racconto dei perdenti, di chi tenta la strada del riscatto e pur trovandola la percorre a metà. Lo zio del seminarista rinuncia alla vita, il frate alla fede, lo stesso Abele con la sua faccia pulita e la voglia di aiutare, non è altro che lo specchio dell’animo umano più torbido. Il racconto è costituito da tre storie che si snodano su fasce temporali differenti e sembrano diverse e distanti tra loro, per poi confluire verso la fine. Il fruscio dell’erba selvaggia ha come sfondo una Milano buia, con le sue spaccature, con la sua identità non definita. Un contorno della città meneghina che Giuseppe Munforte (finalista Premio Strega 2014 con Nella casa di vetro) disegna ispirandosi a scrittori come Bianciardi e Savinio, penne non milanesi, attraverso le quali impara a “sentire” la città in cui egli stesso è nato. Una scrittura aggraziata quella di Munforte, capace di dare robustezza alle sottili emozioni che pervadono il libro e di narrare con schiettezza le angosce dell’anima e la voglia di redenzione, spesso bloccata dalle scelte di vita. Nulla nella narrazione è lasciato al caso, ogni fatto conosce la sua giusta collocazione, riuscendo così a coinvolgere concretamente ed emotivamente il lettore.



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