Il fuggitivo

Il fuggitivo
Rikke Lyngdal, inviata in Iraq di uno dei più importanti quotidiani danesi, viene rapita da terroristi che esigono il ritiro delle truppe dal Paese. Gente che, dopo la caduta di Saddam Hussein, vorrebbe riappropriarsi del destino della propria nazione, invece costantemente plasmata da altri con la scusa dell'esportazione della democrazia. Mutilata di una falange in diretta TV, Rikke è poi liberata da Nazir, il più giovane del gruppo di rapitori, diciassette anni, occhi di un disarmante azzurro e un passato triste che quasi ne giustifica le azioni. Rientrata in patria, però, è costretta a mentire per salvare la vita di chi aveva minacciato di toglierla. Gode della notorietà e della stima riservata ad un'eroina nazionale, che, scappando coraggiosamente, ha tolto dall'imbarazzo il primo ministro, fermo nel lasciare i soldati danesi in medio oriente. Ma più una bugia è nota, più rischia lo scontro con la verità: Nazir riesce a fuggire dai compagni durante un attentato e con il passato alle spalle e il disonore nel cuore inizia il suo viaggio della speranza per raggiungere Rikke e la Danimarca. Una delle due, però, non sarà così disposta ad accoglierlo...
Olav Hergel, giornalista. E si vede. Il fuggitivo è un romanzo potente che non lascia tanto spazio all'immaginazione. Eppure la costrizione non è pesante, le descrizioni degli ambienti, dei personaggi e degli stati d'animo non sono coercitive ma funzionali. Hergel crea un'architettura minuziosa, indispensabile per comunicare ciò che ha da dire. Le sue parole, tuttavia, non piaceranno a molti. L'appassionante e controversa vicenda di Nazir e Rikke non la dice lunga solo sui rapporti con l'Iraq e sulle conseguenze dell'intervento militare di USA e alleati ma risulta ancora più efficace nel tratteggiare (ma che dico, ritrarre!) la cultura danese, i meccanismi del potere e le ipocrisie della migliore società europea. Più di qualsiasi altro ambiente, però, l'accetta che scrive di Hergel spacca in due la redazione del Morgenavisen Danmark (testata inventata ma non certo dissimile a molte altre realmente esistenti) e il mondo del giornalismo, per il quale, forse più di altri, i confini nazionali non hanno molto senso. Tra direttori devoti all' “editign dell'utile”, per cui tutto il pubblicabile è sottoposto al giudizio di Jacob, il lettore modello (per dirla con Eco) che il giornalista non deve informare ed educare ma solo accontentare, e “barbosi” caporedattori della vecchia guardia a cui dei desideri di questo fantomatico essere statistico che ha a cuore il gossip o le abitudini sessuali di chi neanche conosce non può fregar di meno, si combatte la battaglia tra verità contro profitto e giustizia versus legalità. Le due coppie di termini sono le vere protagonsite del messaggio di Hergel che, con una storia tutta sua, procede di pari passo con l'intreccio e le pagine, a cui una scrittura piacevole e colloquiale imprime velocità warp. Non sempre il reale stato delle cose può favorire le sorti di un quotidiano o di un giornalista, ma entrambe le definizioni presuppongono un'abnegazione per la verità che deve superare le logiche (umane) del guadagno e della convenienza. Allo stesso modo, la legge e il diritto attraverso i quali ogni società civile si illude di esercitare la giustizia sono prodotti umani e perciò perfettibili se non spesso mal calibrati. La giustizia, invece, come la verità, è un ente astratto basato e inspiegabilmente trascendente il relativismo. Per Rikke o per Nazir qualcosa può essere giusto o sbagliato, vero o inventato ma, in fondo alla coscienza che sa sussurrare più forte di quanto il mondo possa urlare, tutti sanno cosa corrisponde a giustizia e cosa a legge, cosa a verità e cosa a profitto. Hergel insegna che la differenza tra uno Stato sovrano retto e uno apprezzato è proprio la scelta di plasmare le proprie decisioni a seconda dei casi e lasciare ampio spazio all'indagine della verità e solo dopo all'applicazione della legge, con la speranza che possa esprimere il più possibile la volontà della giustizia. Dall'affresco la Danimarca ne esce con più di qualche livido, ma non è la sola. La libertà e l'indipendenza dell'informazione, il problema dell'immigrazione e del nazionalismo estremista, la tolleranza nei confronti del diverso sono questioni di estremo rilievo che coinvolgono tutto il mondo civilizzato. Che Rikke Lyngdal sia una giornalista danese, in fondo, è solo un dettaglio che si potrebbe dimenticare senza intaccare l'efficacia di un romanzo assolutamente da leggere.


Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER