Il furto della Gioconda

Varese, 6 giugno 2016. Vinceti e il signor Ballinari di Varese hanno appuntamento al bar. Certo che la telefonata intercorsa tra i due, qualche settimana prima, è stata davvero curiosa. Ballinari ha contattato Vinceti innanzitutto per fargli una serie infinita di complimenti, per aver tentato di far rientrare la Gioconda in occasione dei cento anni dal suo ritrovamento: sarebbe stata una bella cosa se fosse riuscita, ma già l’aver tentato gli fa onore. Dopo i più sinceri e vivi complimenti, il Ballinari ha chiesto allo studioso di poterlo incontrare, perché ha da parlargli in maniera riservata, di alcuni fatti riguardanti il furto della Gioconda. Vinceti è sbalordito e incuriosito e dà la sua disponibilità all’incontro. Il signor Ballinari, gentilmente, gli anticipa, che secondo le sue fonti, a commettere il furto non è stato Vincenzo Peruggia, bensì, un certo Vincenzo Lancellotti, amico di quello che si crede il reale artefice della ruberia. Le sue informazioni non finiscono qui: sembra proprio che il quadro, dopo essere stato rubato, sia stato trafugato in Italia, esattamente a Cadero, un paesino vicino Varese. Sì, incontrarsi diventa urgente e necessario, perché il Ballinari vuole raccontare nel dettaglio le testimonianze della cognata di Vincenzo Lancellotti, una certa Maria Monaco, moglie di Michele Lancellotti, confidenze che la donna ha lasciato a suo padre. Maria e suo marito, nel periodo in cui è avvenuto il furto, hanno avuto rapporti stretti, anzi strettissimi con il cognato. Così Silvano Vinceti parte alle 7.00 del 6 giugno da Roma, alla volta di Milano e poi di Varese. Davanti a un piccolo bar della stazione ferroviaria, trova ad attenderlo un uomo robusto seppur piccolino e uno più giovane. Il tempo di salutarsi e sedersi, il Ballinari inizia a raccontare, con emozione e con trasporto, quei segreti che la moglie di Michele Lancellotti ha gelosamente confidato a Ballinari senior. Secondo le confidenze della donna ormai defunta e quindi secondo quelle del signore di Varese lì presente, il furto della famosa opera di Leonardo, non è mai stata un’idea di Vincenzo Peruggia, ma di un certo Eduardo de Valfierno, un mercante d’arte argentino. Un personaggio curioso e misterioso, visto che la sua attività si incentra tutta sui falsi d’autore. Questo è il motivo per cui, il sudamericano contatta i fratelli Lancellotti, assunti al Louvre come decoratori e non il povero Peruggia, chiamato dal Museo solo per lavori occasionali. Il Vinceti ascolta, incuriosito e affascinato quello che sta emergendo: sarà la verità? Il Ballinari ci crede fermamente e si vede. Un momento però! Mentre presta attenzione al discorso, nella mente dello studioso si palesa un ricordo: qualche tempo dopo la testimonianza di Maria Monaco –se l’anno di cui parla il narratore seduto di fronte a lui fosse giusto- una rivista statunitense, esattamente nel 1932, pubblica un’intervista fatta proprio a Edoardo de Valfierno, una sorte di confessione, in cui il noto mercate d’arte, racconta proprio la storia di un furto, da lui ideato, con la complicità del Peruggia. Un particolare non trascurabile e di una importanza notevole! Quell’articolo è stato pubblicato dopo, parecchio dopo le confidenze fatte dalla donna al padre del Ballinari, per cui non possono essere frutto della lettura dell’intervista. Questo avvalora la credibilità di quanto, con una certa veemenza, il suo uomo continua a raccontare…

Silvano Vinceti torna a Roma con una versione dei fatti accaduti in merito al furto del famoso dipinto completamente differente da quella ufficiale. Secondo quest’ultima, il quadro fu rubato nel 1911 dall’imbianchino Vincenzo Peruggia e nascosto nei pressi del Louvre, dove rimase per un paio d’anni, per poi essere ritrovato. A pagare fu l’operaio, con una condanna mite, in quanto riconosciuto patriottico, con l’unico desiderio di riportare l’amata opera in Italia. Ora, con questa nuova versione le cose cambiano: sono entrati in gioco personaggi sconosciuti, come Edoardo de Valfierno, il pittore falsario Yves Chaudron, che sempre secondo la versione dell’informatore varesino, avrebbe dipinto ben sei copie della Gioconda, spacciate per l’originale e acquistate dagli antiquari a cifre stratosferiche. Una narrazione, quella del Ballinari che merita comunque di essere presa in considerazione e valutata. Interessante e per certi versi sconcertante, Il furto della Gioconda, il saggio investigativo di Silvano Vinceti. Una verità messa in discussione da un’improvvisa testimonianza, che porta il ricercatore a fare studi approfonditi sulla vicenda, andando a riprendere documenti dagli archivi e tornando in quel Paese, Cadero, che secondo la nuova ricostruzione dei fatti sarebbe stata la dimora del celebre dipinto per circa due anni. Un concentrato di studi e approfondimenti il libro di Vinceti, impreziosito dalle foto degli scritti originali visionati e studiati dall’autore e dal suo team, compreso l’interrogatorio al Peruggia, di cui lo studioso dà una personale interpretazione. Ricerche che portano a uno stravolgimento di quella che è la storia che si è sempre creduta veritiera, ma non solo. La Gioconda che oggi è custodita al Louvre, è quella originale oppure è una delle sei copie dipinte dal falsario Chaudron? Non è nuovo Silvano Vinceti a studi sull’affascinante, misterioso e impenetrabile quadro di Leonardo. Risale a poco più di qualche anno fa, la teoria messa a punto, dal ricercatore e dal suo gruppo, dopo accurati studi, secondo la quale Leonardo, per dipingere la Gioconda, tra il 1503 e il 1506, utilizza come modella Lisa Gherardini, moglie del mercante fiorentino Francesco del Giocondo e poi per la seconda e terza stesura dell’opera, tra il 1507 e il 1508, si avvale di un modello uomo. Vinceti, infatti, è il Responsabile della ricerca sui segreti della Gioconda iniziata nel 2010. Il furto della Gioconda è un saggio ben scritto, con un linguaggio fluido, mai stucchevole, capace di coinvolgere anche i profani della materia. Ben dettagliate le descrizioni e ben spiegati gli studi e le ricerche, senza inutili lungaggini.



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