Il gatto

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“Il gatto”: due parole scritte in fretta su una striscia di carta di tre centimetri, piegata con cura e poi lanciata alla diretta interessata. Questo è il solo modo che Émile Bouin e sua moglie utilizzano per comunicare. Hanno superato i settant’anni e si sono sposati in seconde nozze per interesse: lui per schivare la solitudine e lei per avere un “domestico gratis”. Ma le cose non sono andate come credevano. L’avida e falsa Marguerite ha commesso un’azione indegna: ha avvelenato l’amato gatto di Émile, il povero Joseph, verso cui nutriva un misto di terrore e repulsione, segnando l’inizio delle ostilità. Da quel momento la loro vita coniugale è andata avanti tra provocazioni e insinuazioni, con le rispettive scorte alimentari chiuse a chiave in due dispense separate – la paura di Marguerite è quella di essere avvelenata dal marito – e con l’ossessiva abitudine di Émile di seguire la moglie quando va a fare la spesa, così da causarle uno stato di ansia costante. A casa la convivenza si fonda su una ostentata indifferenza, per dimostrare all’altro di non essere interessato a come conduce la propria vita: “Ognuno si dedicava alle proprie faccende, gettando all’altro un’occhiata furtiva soltanto quando credeva di non essere osservato.” Il tempo scorre scandito da sgarbi, da rumori ascoltati attraverso le porte chiuse e dall’attesa che uno dei due ceda: “Da anni si osservavano in quel modo, di soppiatto, aggiungendo di continuo al loro gioco nuove sottigliezze”...

Due personaggi monolitici che si svelano attraverso la voce narrante e il punto di vista di Émile. Marito e moglie schierati su fronti contrapposti, in attesa di vedere la rovina dell’altro, un cedimento, auspicandone la dipartita. Eppure quel gioco ostile li tiene vivi, dà loro uno scopo, il disprezzo e l’odio li nutre e il terrore che il proprio antagonista muoia li accompagna. Di quella casa scorgiamo ogni granello di polvere, i piatti sporchi nell’acquaio, i cerchi di condensa lasciati da un bicchiere sul tavolo. E l’atmosfera pesante, ingiallita, che accompagna ogni giorno la stessa routine di sguardi maligni, gesti sgradevoli e dispetti puerili. Il disgusto di Marguerite è antecedente la morte del gatto: “Con frasi apparentemente banali, con sguardi insistenti, non perdeva occasione di sottolineare i suoi modi volgari.” Odio e compassione si alternano in questa coppia sfiorita, chiusa nell’ostinazione tipica degli anziani. Pare di vederli quei volti scavati dalla vita: lei che si aggira per casa nei suoi abiti pastello, simulatrice di malanni e turbamenti, lui nelle sue camicie sudate, mentre si rifugia in cucina a bere vino un bicchiere dopo l’altro per darsi forza. La scrittura di Georges Simenon è fluida, i suoi racconti si leggono agevolmente, la caratterizzazione dei personaggi permette al lettore di visualizzarli, di coglierne ogni smorfia, ogni odore, come si trovasse a tu per tu con loro, come fosse con Émile e Marguerite in quella vecchia casa di rue de la Santé.



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