Il Gattopardo

Il Gattopardo

1860. Don Fabrizio Corbera, principe di Salina, conosciuto come ‘il Gattopardo’ a causa del blasone della sua famiglia, assiste con lucido distacco allo sbarco delle truppe garibaldine in Sicilia, sbarco che ha di fatto segnato il tramonto della classe nobiliare dell’isola, di cui egli stesso è uno dei massimi esponenti, a favore dell’ascesa della classe borghese. Questo suo atteggiamento deriva dalla convinzione che a nulla servono gli sforzi e le fatiche degli uomini, “mosche cocchiere” che si illudono di fare la storia, mentre trova nella caccia e nell’astronomia i momenti più autentici della sua giornata. Suo nipote Tancredi, invece, all’amaro distacco dello zio contrappone un sottile calcolo: nonostante sia un ricco feudatario legato alla monarchia borbonica, si è arruolato tra le file garibaldine non per patriottismo o per esigenza di rinnovamento ma per bloccare e controllare la carica rivoluzionaria del processo risorgimentale. Quando poi, passata la tempesta, don Fabrizio si trasferisce, come ogni anno, nella residenza estiva di Donnafugata, scopre che don Calogero Sedara, un uomo di modeste origini, borghese e patriota, è diventato sindaco ed ha accumulato un notevole patrimonio. La figlia del sindaco, la bellissima Angelica, sfoggia con grossolanità abiti e atteggiamento da dama; quanto basta per far innamorare Tancredi, nel frattempo passato dalle camicie rosse all’esercito regolare, che la sposa nonostante la differenza sociale. Nel frattempo si deve votare l’importante plebiscito per annettere la Sicilia al Regno Italico e, subito dopo, viene proposto a don Fabrizio, tramite un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley, la nomina a senatore che egli rifiuta. Passano così gli anni e a al principe di Salina non resta che accettare il cambiamento e prendere atto che è finita l’epoca dei ‘gattopardi’ e ne è subentrata un’altra: quella degli sciacalli…

Reso immortale dall’omonima pellicola di Luchino Visconti del 1963 – con un cast veramente d’eccezione, in cui spiccano i nomi di Burt Lancaster, Claudia Cardinale, Alain Delon e Paolo Stoppa – Il Gattopardo rappresenta un singolare caso editoriale e letterario della letteratura italiana del Novecento. Composto tra il 1955 e il 1956, venne pubblicato postumo nel 1958 grazie all’interessamento di Giorgio Bassani, dopo il rifiuto di Elio Vittorini di pubblicarlo presso Einaudi. Fu un successo fulminante, enorme, a tal punto che in poco tempo il romanzo venne tradotto in una ventina di Paesi. Il Gattopardo rappresenta, infatti, una tappa fondamentale della nostra letteratura e sancisce di fatto la chiusura della stagione neorealistica e l’inizio di una nuova fase. Traendo ispirazione dalle vicende della sua antica famiglia, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, intellettuale nobile che coltivò i suoi interessi letterari  restando al di fuori della cultura italiana ufficiale, compie un percorso narrativo che è certamente storico, come affermato per decenni da una parte della critica – soprattutto nel sottolineare il fallimento del processo risorgimentale in Sicilia, laddove erano più vive le speranze e le esigenze di rinnovamento, ma anche psicologico, nel rappresentare la negazione della storia, la sterilità dell’agire umano, il fluire del tempo, del decadere, della morte. Una morte che da fallimento esistenziale della classe aristocratica si allarga e abbraccia l’intera umanità, in un percorso che dall’individuale arriva all’universale. Un meccanismo tipico del Novecento, il secolo che ha rappresentato sul palcoscenico della storia la commedia e la tragedia dell’uomo e ha trovato in Giuseppe di Tomasi di Lampedusa un degno rappresentante.  



 

 

 
 
 
 

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