Il gaucho insopportabile

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L’argentino Héctor Pereda ha avuto nella vita soprattutto due virtù: è stato un padre di famiglia attento e un avvocato irreprensibile. Ha fatto tanti soldi e si è fatto più amici che nemici, e quando ha dovuto scegliere tra diventare giudice o candidarsi per un certo partito ha preferito senza esitazioni la carriera giudiziaria. Nel giro di tre anni però – giovane vedovo – ha abbandonato la vita pubblica per dedicarsi alla lettura e a qualche viaggio. Tutte le mattine faceva colazione con i figli, li accompagnava a scuola, leggeva per ore i giornali, faceva uno spuntino e un pisolino. Poi pranzava leggendo un libro “sotto lo sguardo distratto della vecchia serva e gli occhi in bianco e nero della defunta moglie” che lo fissava dalle foto nelle cornici di argento, il pomeriggio aiutava i figli a fare i compiti e dopo cena, quando loro andavano a dormire, si recava al suo caffè preferito, in avenida Corrientes, a chiacchierare con gli amici. Oggi che i figli sono grandi, la sua vita ha bisogno di un cambiamento profondo. L’Argentina sta precipitando in una crisi finanziaria devastante e l’avvocato Pereda decide di partire, di rifugiarsi in campagna, nella sua tenuta sperduta nella pampa… Al semisconosciuto scrittore argentino Álvaro Rousselot capita un fatto assai strano: nel 1950 pubblica il suo romanzo d’esordio, Solitudine, che a Buenos Aires vende meno di mille copie ma grazie ad alcuni amici gode del privilegio di una traduzione in francese e nel 1954 esce per una casa editrice di un certo prestigio, passando però purtroppo inosservato anche in Francia. Alla fine del 1957 però esce un film, Le voci eprdute, per la regia di un certo Guy Morini, che somiglia in modo imbarazzante – tranne che per l’inizio e il finale – al libro di Rouselot. Lui si convince che si tratta di un caso, scrive un poliziesco e un altro romanzo ancora, Vita da novello sposo, che vende più di quindicimila copie. Meno di un anno dopo esce un altro film di Morini, Contorni del giorno, che è una versione migliorata – lo ammette persino lo scrittore – del suo libro. Allora non è un caso…

Terza raccolta di racconti e primo libro ad esser pubblicato postumo, Il gaucho insopportabile – già pubblicato da Sellerio nel 2006 con il titolo Il gaucho insostenibile e ora presentato da Adelphi con una nuova traduzione, a cura di Ilide Carmignani – ha una storia editoriale che affonda le radici nel dramma personale di Roberto Bolaño. Il 30 giugno 2003, a Barcellona, lo scrittore cileno fu colpito da una insufficienza epatica causata da una grave patologia autoimmune alle vie biliari della quale soffriva da circa dieci anni. Invece di correre al Pronto Soccorso, si fece portare dalla sua compagna nell’appartamento di lei, dove c’era una stampante. Qui fece una copia del manoscritto che aveva appena completato, per l’appunto questa antologia di racconti. Lo portò al suo editore spagnolo Jorge Herralde, tornò a casa, ebbe un malore ancora più grave durante la notte e quindi infine acconsentì a recarsi all’ospedale Vall d’Hebron, dove fu ricoverato d’urgenza e morì il 15 di luglio. Una catena di eventi che ha regalato a Il gaucho insopportabile la scomoda etichetta di “testamento letterario”, che di certo il suo autore non aveva nessuna intenzione di attribuirgli. Al massimo volle assemblarlo con un po’ di fretta, consapevole delle sue precarie condizioni di salute: e questo ha attirato sul libro qualche perplessità da parte di più di un critico letterario, che ne ha sottolineato l’eccessiva eterogeneità. È infatti costituito da cinque racconti veri e propri e due interventi scritti per conferenze, uno su letteratura e malattia e l’altro un pamphlet satirico sulle miserie della scena letteraria latinoamericana intitolato provocatoriamente I miti di Cthulhu, con riferimento al pantheon alieno creato da Howard P. Lovecraft. Questo secondo intervento è dedicato ad Alan Pauls, lo scrittore argentino grande amico di Bolaño che una volta ha detto di lui: “Non lo vedo come uno scrittore d’avanguardia: lo vedo piuttosto come un romantico e come un fanatico, perché la vera pulsione che anima la letteratura di Bolaño è il fanatismo”. E se per fanatismo si intende una sorta di urgenza febbrile di denuncia, come se quanto di grottesco c’è nella vita fosse una sorta di ingiustizia, un torto da raddrizzare, la definizione di Pauls ci pare profondamente azzeccata. Anche e soprattutto per quanto riguarda questo libro.



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