Il generale nel suo labirinto

Il generale nel suo labirinto
Il Generale Simón Bolívar è vecchio, piagato nel corpo e nell’anima. Dopo aver lottato per affrancare la sua terra, l’America Latina, dalla prepotenza spagnola, dopo aver sperato di farne una nazione indipendente e unita sotto un’unica bandiera, si trova stanco e senza forze sul crinale della propria vita. Accompagnato solo da un manipolo di fedelissimi ripercorre, morso dalla febbre, come fossero allucinazioni, i giorni dorati in cui la sua fulgida figura si stagliava splendendo all’orizzonte del campo di battaglia e la vittoria era il solo epilogo che si potesse programmare. Su quegli stessi orizzonti adesso ritorna, lungo il fiume Magdalena, per andarsene a morire come un eroe sconfitto, rimasticando il fallimento della sua campagna, senza più il conforto della forza virile e con soltanto il brusco ricordo della voluttà in cui si consumavano le sue audaci notti d’amore, nel gaudio scomposto delle sue tante amanti. Il sogno si sovrappone alla realtà nella mente offuscata dalla febbre e dalla delusione del Generale e lungo il viale di questo tramonto, invece della vittoria, realizzare quanto vano fosse quel sogno e quanto concrete invece le ragnatele fetide dei suoi detrattori ambiziosi, traditori e ingannatori. Terra ingrata, questa America Latina, ha voltato le spalle al suo ideale di unità portato avanti con ardore e rosicchiato poi, fibra a fibra, come fanno i topi coi pezzi di legno, da profittatori che non hanno scrupoli …
Non c’è, forse, nella letteratura marqueziana, romanzo più triste, malinconico e lirico di questo che traccia un arco perfetto di fulgidezza e declino con languore e struggimento. Uno dei personaggi più ispirati di Gabo, uno di quelli a cui è stato maggiormente affezionato, Simón Bolívar resta una delle figure più alte e magnifiche dell’immaginario collettivo latinoamericano. A lui e solo a lui è dedicato questo canto poetico, che si riversa interamente per stile, storia, geografia, dedizione ed incondizionato amore nelle viscere profonde dell’America Latina a cavallo tra la fine del Settecento ed i primi anni dell’Ottocento. In esso, però, non c’è niente dell’autorevolezza distaccata che traspare dai ritratti di Boolívar, niente del rigore austero del militare impomatato, perché in questo viaggio, del Generale, rimane solo un pallido vessillo stazzonato e calpestato inumidito di nostalgia, variegate note di rancore e plissettature spiegazzate di ineluttabile abbandono. Del “libertador”, invece, Gabo ci restituisce una figura umana, romantica, che si è spesa per il raggiungimento di una causa senza porre condizioni per sé, aggredibile ed aggredita, annientata dal tempo e dagli uomini, ma una figura grande che sebbene fallendo ha lasciato un’impronta indelebile sul suo continente, moltiplicata di pueblo in pueblo. Un mito che ancora oggi riecheggia.

 

 

 

 
 
 
 
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