Il gioco

Il gioco

Immersa nella desolata campagna veneta c’è un’autofficina pittoresca, un po’ fucina infernale e un po’ fortino, dove, se avrete la disavventura di doverci entrare, verrete risucchiati in un mondo grottesco e non esattamente piacevole. Appesi alle pareti arrugginite, due enormi altoparlanti sparare a tutto volume la musica dei Lynyrd Skynyrd, band della Florida e massimi esponenti di quel genere musicale chiamato Southern Rock. L’autofficina è di proprietà del Cugino Berto, degno abitante di un mondo a metà strada tra il fiabesco e il demoniaco. Con lui il povero e scalcagnato botolo Asilvia, nome di leopardiana memoria e valvola di sfogo per l’ira di Berto, e due altrettanto sgangherati aiutanti extracomunitari. A ronzare nei dintorni dell’officina e di una fabbrica chimica troverete poi il delinquente La Ragione, lo studente Edo ‒ in bilico tra l’amare e l’odiare visceralmente gli insetti ‒ l’operaio chimico e filosofo Leone, il trans Frine, la bella e solo all’apparenza tranquilla Lia e, dulcis (ma non tanto) in fundo sua zia Mina, maga moderna e terribile. Ora, mettete insieme tutti questi personaggi e immaginali impegnati chi in un’improbabile e rocambolesca azione criminale e chi indaffarato a tessere un complicato e spietato meccanismo chiamato “il gioco”, che vedrà il suo epilogo a Villa Krampus, dimora fatiscente e luogo ideale per ammazzarci qualcuno. Ciascuno di essi sta per vivere la propria dose di avventure e sventure, compreso il pulcioso cane Asilvia, nel cui nome si cela tutta la malinconica sofferenza alla quale una buona parte di questi personaggi pare destinato…

“Nel profondo Veneto, quello senza traffico, dove il terreno come te a volte è arido”: così cantano i tipi del gruppo rock “Le luci della centrale elettrica” e il senso della frase si avvicina di molto alle atmosfere di questo romanzo. Perché si parla di un Veneto lontano dai riflettori delle città più nobili come Venezia, Verona o Padova. Un luogo borderline, depresso e senza prospettive. A ciò dovrete aggiungere una bella dose di grottesco, una pozione abbondante di noir e un pizzico di horror splatter e poi, mescolando tutto vigorosamente, otterrete il gusto di questo denso impasto che potremmo anche chiamare “favola nera à la Nordest”. Ma se l’idea di fondo si può dire accattivante, il risultato ottenuto da Massimo Padalino ‒ già collaboratore di vari magazine musicali come “Rockerilla” e “Il Mucchio” ‒ non è affatto facile da digerire e rimane sullo stomaco senza andare né su né giù, complice anche un’impaginazione densissima che risulta soffocante. Lo stile scelto dall’autore per raccontare questa black comedy veneta risulta poi eccessivamente pesante e poco scorrevole, facendoci perdere il filo del discorso e l’orientamento. Ed è un peccato, perché il bestiario umano creato da Padalino, di suo, sarebbe curioso e particolare, quasi à la Tim Burton e soprattutto quando il racconto si fa più violento e le atmosfere sono quelle di Villa Krampus (nome che richiama alla memoria le tipiche e paurose maschere dei confini settentrionali del Friuli). Si arriva però all’ultima pagina sfiancati e poco soddisfatti di un racconto che, per ambientazione e personaggi, avrebbe avuto invece delle buone possibilità.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER