Il gioco

L’intervistatore è pronto. Leonardo, il bull, è di fronte a lui ma si lamenta subito della luce da lui definita impudica. Dopo che lo scrittore ha preso un’abat-jour l’intervistato pare sentirsi più a suo agio, seduto con braccia conserte intento a osservare il registratore a cassette pronto a imprimere su nastro ogni sua parola. La prima domanda per Mr Wolf: definire chi è un bull, è forse la più semplice, o forse no. L’uomo ci pensa un po’ su, poi dice che il bull è semplicemente un maschio dominante che sottomette cornuti consenzienti scopandosi le loro femmine. Ma questa senza dubbio è solo la risposta più brutale al bisogno d’indecenza che permeava la domanda del suo interlocutore. In realtà le virtù di un bull sono le stesse elencate nell’antico codice dei samurai: risolutezza, generosità, fermezza d'animo, magnanimità e umanità, e provengono da molto lontano... Eva, la sweet, raggiunge la stanza accompagnata dal suo decrepito cagnolino. A differenza del bull dice di non sopportare la penombra, di amare viceversa le stanze piene di luce. Ha indosso una tuta e strani fili d’erba tra i capelli. Bella lo è certamente e si affretta a rispondere anche lei alla prima domanda di rito, definendo una sweet come una geisha certamente, ma sempre col timone del comando ben stretto in pugno. Racconta che tutto ha avuto inizio vent’anni prima, grazie al club priveé che gestisce con il suo bull Leonardo e con suo marito Giorgio, detto il Presidente, il cuckold del loro contratto ludico... Il terzo giorno l’intervistato sente prestissimo il campanello. Un uomo sulla settantina gli si palesa davanti. Il dottor Leonardo Spina entra nell’appartamento, facendosi teatralmente largo. Chiede un caffè e l’intervistatore, dopo averglielo offerto, fa partire la registrazione. E lui stavolta sorseggiando il suo espresso amaro con iniziale autocommiserazione, a spiegargli cos’è in realtà un cuckold e come sia arrivato lui a cedere volontariamente il corpo di sua moglie al concupiscente desiderio altrui...

Lui, lei, l’altro. Potrebbe sembrare il più classico degli incipit di un qualsiasi B movie anni ’80 con Banfi, Montagnani e la Fenech e invece è l’innesco da cui lo scrittore e autore (Quante Storie, Rai 3, Farenheit, Radio 3) tarantino ma oramai romano d’adozione Carlo D’Amicis fa sgorgare ‒ verrebbe quasi facile dire eiaculare ‒, il suo lavoro letterario più compiuto, la sua personale e visionaria opera definitiva sul sesso. O meglio più che sul sesso ‒ come la scrittura esplicita e il tema ingannando potrebbero far credere ‒ sul desiderio, sulle sue mille turbolente e dolorose declinazioni. Ma più in generale qui siamo di fronte ad un romanzo sull’animo umano, sulla fragilità dei rapporti di coppia e non, sulle debolezze e oscene meschinità che vi si innescano, sulla fascinazione del potere e sull’affermazione o negazione di esso, sulla libertà e sul possesso. Sopratutto sul dolore. Perché è questo il cardine delle vicende dei tre protagonisti, marchiati a fuoco e indissolubilmente legati da questo pluriventennale gioco di ruolo erotico che li coinvolge e stravolge (chi appartiene a chi?), un gioco dalle regole ferree e insindacabili al quale è impossibile sottrarsi. E la bravura di D’Amicis è stata da un lato nell’atto stesso di compiere questa scivolosa operazione – scrivere un romanzo sul desiderio e sul sesso oggi, per com’è rappresentato, relegato a macchietta trash in spot di vernici o nel migliore dei casi avvilito nelle varie e multicolori sfumature come gadget “acchiappacougar” all’ultima chiamata, è certamente operazione estremamente complicata rispetto ad una cinquantina d’anni fa ‒, dall’altro nel riuscire a mantenere la tensione psicologica della struttura narrativa (un’intervista di uno scrittore ai protagonisti del ménage à trois, per l’appunto il bull, la sweet e il cuckold) per la bellezza di oltre cinquecento pagine che viceversa ti scivolano addosso come e meglio di un paio di lenzuola di seta o di autoreggenti sfilate ad arte, relegando il lettore a morboso voyeur ma sopratutto a (in)consapevole quarto giocatore di questo conturbante, doloroso e scabroso gioco erotico chiamato vita.



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