Il gioco dell'impiccato

Il gioco dell'impiccato
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David si è tolto la vita, impiccandosi. Apparentemente senza un motivo. Lontano, in un'altra città della Spagna, qualcuno conosce il motivo di quel gesto. Perché Sandra è cresciuta con quel ragazzo. Non erano solo una coppia. Non si può essere solo una coppia quando si condividono segreti così ingombranti. Esattamente come il più classico dei giochi per bambini, Sandra traccia la sua storia con David, facendoci scoprire, lettera dopo lettera, il tragico evento che li accomuna. Quando lei aveva sette anni, David fa la sua comparsa nel barrio dove vivevano le famiglie de toda la vida, quelle che si conoscevano senza presentazioni, quelle che vantavano secoli di presenza in quella città. Il resto del mondo era composto dai forestieri , che tentavano di integrarsi imparando anche il catalano, ma invano, perché semplicemente non avevano il giusto cognome o la giusta lingua. E per David è ancora più difficile: fuori dagli schemi, controcorrente. Mentre tutti gli altri frequentavano il catechismo, lui giocava a basket guardandoli con disprezzo. Portava i capelli lunghi e i jeans. Il tipo che a biliardino calcia la palla più lontano di chiunque altro. Ma non va mai a raccoglierla. Sandra si scopre attratta da quel ragazzo così differente, così estraneo al suo mondo. La loro amicizia sarebbe stata uno scandalo per la sua famiglia perbenista. E lei desiderava essere la pecora nera. Inizia a frequentarlo di nascosto: la studentessa modello, la figlia perfetta, sempre ligia al dovere, diviene esperta di espedienti, che accumula con grande maestria. David rappresenta la sua parte oscura e allo stesso tempo il suo spiraglio di luce. C'è solo una passione che la tiene lontana: la calligrafia. Quell'inchiostro nero che si trasforma in volute, linee, svolazzi. L'inchiostro che macchia il foglio bianco. Indelebilmente, proprio come il loro comune segreto...
Imma Turbau ha applicato su questo romanzo lo stesso paziente lavoro di potatura con cui gli appassionati eliminano da un bonsai le foglie superflue, creando un romanzo essenziale, dall'estremo equilibrio formale. Una prosa asciutta, veloce, che non presenta mai momenti di stallo o di noia, merito anche di una narrazione in prima persona che permette al lettore di comprendere le sfumature, anche quelle più dolorose, dietro la violazione, o meglio l'estirpazione, dell'innocenza della protagonista. Non sembrano, almeno al sottoscritto, azzardate le parentele con Marcela Serrano o Gabriel Garcia Marquez, specie per quanto riguarda la rappresentazione intima e vitale della propria terra, quella in cui affondano, spesso dolorosamente, le proprie radici.

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