Il gioco di Santa Oca

Il gioco di Santa Oca

Nella Lombardia del Seicento, attraversata da inquisitori del Santo Ufficio e da soldatacci e capitani spagnoli, la povera gente ormai non ne può più di subire angherie. I contadini e i piccolissimi proprietari terrieri si vedono togliere il pane dalle mani dai potenti e i più poveri vedono morire i propri bambini di stenti anno dopo anno. Il malessere e la rabbia montano in maniera costante ma c’è un episodio in particolare che, più di tutti, segna il destino e il futuro della gente della brughiera lombarda e in particolare delle terre intorno al paese di Busto Grande. Un giorno l’Infante Cardinale con il suo seguito di soldati spagnoli fa sosta alla famosa osteria di Orsolino Mangiaterra e qui si invaghisce del nipote di costui: perciò chiede all’oste di farlo ripartire con il suo seguito. Il nonno del giovane rifiuta nettamente e l’Infante fa la sua controproposta: si giocheranno il ragazzo in un combattimento di galli all’ultimo sangue. Orsolino accetta e il suo gallo – pur all’apparenza meno forte e blasonato di quello dell’Infante – vince. I giochi sembrano chiusi ma l’occupatore spagnolo, poco aduso a ricevere rifiuti o a perdere, prima di togliere il disturbo ordina ai suoi uomini di distruggere tutta la proprietà di Mangiaterra che da quel momento scappa via con il giovane nipote e vagabondeggia per più di un decennio. Ma la nostalgia per la sua brughiera e l’avanzata età lo fanno tornare a morire a Busto Grande e con lui torna il nipote, Bonaventura, ormai uomo fatto e intenzionato a raccogliere attorno a sé un piccolo esercito di gente pronta a scatenare una guerra contro gli oppressori e tutti coloro che li stanno affamando e sottomettendo da anni. Un manipolo di contadini e povera gente contro l’invincibile esercito spagnolo. Ce la farà il giovane Mangiaterra a diventare un eroe?

“Tutti avete qualcosa da difendere, una voglia di vendetta da soddisfare”. Il gioco di Santa Oca è un romanzo complesso e pieno di fascino, in cui la storia seicentesca si amalgama e si sposa perfettamente alla vita degli uomini di quel tempo e di quel luogo. E se i riferimenti manzoniani a volte fanno capolino e possono distrarre il lettore, in realtà il libro di Laura Pariani rimane originalissimo per la storia che racconta e per i personaggi che presenta. I capitoli, infatti, sono costruiti tramite i ricordi di chi c’era quando le vicissitudini della famiglia Mangiaterra hanno dato il via al tutto e anche di chi c’era quando il giovane combattente di quella famiglia riesce a diventare un condottiero di gente arrabbiata e sfiancata. Un romanzo storico in cui la storia è fatta dagli ultimi e dove le gesta di tutti loro sono le fole più belle da raccontarsi intorno a un fuoco a mangiare castagne. Ma la cosa che più colpisce e quasi stordisce del romanzo di Pariani è il linguaggio: una sorta di dialetto lombardo antico innervato da modi di dire prettamente seicenteschi. E se all’inizio si fa quasi fatica a comprendere alcuni passaggi linguistici, pagina dopo pagina si resta incantati da uno stile unico e difficilmente paragonabile a quello di qualsiasi altro autore contemporaneo. Un libro che finalmente stupirà anche chi non ama leggere romanzi storici.



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