Il gioiello che era nostro

Il gioiello che era nostro
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La bottiglia di Moët & Chandon Imperial sigillo rosso è vuota sul comodino alla sua sinistra; vuota come il bicchiere che ha accanto e come quello sul ripiano all’altro lato del letto. Tutto sembra vuoto. Accanto a lei giace immobile, sdraiato sulla schiena, un uomo snello e longilineo, sulla quarantina, cioè più vecchio di lei di qualche anno. L’uomo ha gli occhi chiusi e così li tiene mentre lei ripiega all’indietro la trapunta a fiori, si alza svelta, infila i piedi nelle pantofole foderate di pelo e, indossata una vestaglia di seta rosa che avvolge i seni, il ventre e le cosce di un corpo forse un po’ troppo rigoglioso, si avvicina alla finestra per sbirciare tra le tende chiuse. Se consultasse la sua agenda tascabile dell’Università di Oxford potrebbe notare che quel mercoledì di fine ottobre il sole tramonterà alle 16,50. La settimana prima è tornata l’ora solare e, come si suol dire, ormai il buio arriva più in fretta. Ha sempre avuto problemi con il cambio dell’ora – fino a quando ha sentito un messaggio musicale semplice e incisivo a Radio Oxford: “Salta avanti in primavera, all’indietro vai d’autunno”. Ma fuori è già scuro, molto prima del previsto, e la pioggia continua a tamburellare contro i vetri. L’asfalto nero scintilla sotto la finestra, con una pozza di luce arancione che riflette il bagliore del lampione di fronte. E allora le torna alla mente la scuola. Un giorno, era piccola, la maestra aveva detto di dipingere una veduta del Tamigi e tutti i suoi compagni si erano messi a colorare il fiume di azzurro. Allora la maestra aveva interrotto la lezione (in pieno corso, per così dire) affermando che Sheila era l’unica ad avere il dono naturale di un occhio da artista. Perché? Perché il Tamigi a volte è grigio o bianco, o anche marrone, verde o giallo... Di qualsiasi colore, in realtà, ma non è mai una striscia di azzurro chiaro o scuro, blu cobalto o ultramarino. Quindi, erano tutti quanti pregati di ricominciare e provare a dipingere ciò che vedevano veramente. Tutti tranne Sheila, per la precisione, perché Sheila aveva colorato le acque del fiume di nero. E la via ora, sotto di lei, è di un nero lucente…

Il puntale di Wolvercote è un antico e prezioso gioiello che un’ereditiera americana sta recando in dono a un museo di Oxford. E che sparisce. Non si trova più. Oltretutto, l’ereditiera muore. Accade tutto durante il Tour Città Storiche dell’Inghilterra, che riunisce una comitiva di ricchi e anziani americani. Poco prima (o poco dopo?) del furto, la californiana diversamente giovane ci resta infatti secca. Un infarto. Almeno in apparenza. Ma poi, come sempre accade, le cose si complicano, anche perché il furto del gioiello e la morte della ricca signora sono collegati da un’altra dipartita. Che non può in nessun modo essere ritenuta casuale, accidentale, normale, naturale. È un omicidio, senza se e senza ma. E la vittima è piuttosto illustre: il curatore delle antichità anglosassoni del museo, il professor Theodore Kemp. A Morse, dunque, non resta che indagare. Morse è l’ispettore capo che sul piccolo schermo, in una fortunata serie britannica che ha tenuto tanta compagnia ai telespettatori dal 1987 al 2000, è stato incarnato per trentatré volte da John Thaw, scomparso sessantenne quattordici anni or sono: disincantato, ironico, brillante, colto, lunatico, solitario, arguto, libero, specie mentalmente, appassionato di enigmistica come colui che lo ha creato, Colin Dexter (e si vede dalla scrittura, contaminata anche dal suo essere cultore della storia, della lingua, della letteratura e della cultura greca antica: la costruzione dell’intrigo è creativa e schematica insieme, classica e originale, verte sul gioco di parole e su un continuo cambio di prospettive, labirintico ma mai confuso), è un personaggio avvincente. Non solo per la grande abilità, ma per il suo essere sornione, con la bocca sempre increspata da un sorriso beffardo, contraltare alla ruga che gli si immagina al centro della fronte. Il gioiello che era nostro è stato dato alle stampe per la prima volta nel 1991, ma ha la freschezza inesauribile dei grandi classici del genere, cornice ideale per raccontare gli umani vizi e le mondane virtù.



 

 

 

 
 
 
 

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