Il giorno del settimo cielo

Il giorno del settimo cielo
Ieri. Un ragazzino timido e sognatore che sta tornando in collegio dopo le vacanze e si trova a dividere lo scompartimento del treno con una donna avvenente e un tipo galante e simpatico, si inventa una seconda identità per farsi bello, e finge di essere Stefano Lupi, enfant-prodige del tennis italiano, guascone e sicuro di sé. Invece si chiama Gian Rinaldo Rinaldi Torres, figlio infelice di un avvocato benestante, un vero squalo senza scrupoli né umanità. Oggi. Giovanni Battantier, psichiatra, ha preso particolarmente a cuore un homeless che frequenta di tanto in tanto il consultorio dove lavora, magari solo per farsi dare un'aspirina. Nulla si sa del passato di costui, nemmeno il nome: vive in una baracca che si è costruito da solo in un parco, ha un'età indefinita tra i quaranta e i sessant'anni, e tutti lo chiamano il Colonnello per il suo aplomb e per il fisico imponente. Sono circa tre anni che Giovanni cerca di incrinare la barriera di mutismo (autistico?) dietro la quale si cela il Colonnello, ma invano. Ha convinto i funzionari dell'Anagrafe cittadina e del Tribunale a concedergli una identità ex novo, dei documenti, una base certa dalla quale ricostruire una parvenza di normalità. Il Colonnello quindi è diventato Antonio Caporale, ma non per questo il suo mistero si è fatto meno fitto: l'ostinato mutismo è il segno di un disagio mentale, o l'uomo che fu Gian Rinaldo Rinaldi Torres ha semplicemente scelto di non essere più nessuno?
Il 'giallo' edipico di Antonio Leotti è un libro soprattutto inconsueto. Stupisce la vocazione assolutamente non cinematografica della scrittura: Leotti è infatti figura importante del cinema (sceneggiatore di Radiofreccia, Il partigiano Johnny, L'orizzonte degli eventi, del film su Luigi Tenco di prossima uscita) e anche della televisione italiani (anche la sua penna d'autore/regista dietro l'esperimento di Davvero, pionieristico e seminale reality-show del lontano 1994), e di solito gli scrittori con un background di questo tipo tendono a riprodurre gli stilemi ai quali sono più avvezzi professionalmente, almeno nei tempi e nelle atmosfere. Tranne qualche aspetto del plot (la saga familiare e le vendette, ad esempio) invece qui l'autore segue pervicacemente il segnale luminoso (e Dio solo sa quanto può essere sfuggente quella debole luce intermittente in certe nottate di tempesta) del faro di una scrittura tersa, solare, di una semplicità complessa, cercata e trovata attraverso la disciplina della leggerezza e - a sentire lo stesso Leotti - attraverso un certosino lavoro di limatura. Accade così che Il giorno del settimo cielo sia ellittico quando potrebbe essere diretto, diretto quando potrebbe essere metaforico, onesto quando potrebbe essere artefatto. Il sapore è quello dei romanzi italiani di una volta: per chi ne ha nostalgia, quello con questo libro è un appuntamento irrinunciabile.

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